“La mia brama di ignoto si infiammò, volle congiungersi alla sua, e mi sentii contagiato dal desiderio di infrangere quelle barriere. Scuotersi di dosso i pesanti, tormentosi limiti dello spazio, del tempo e delle leggi di natura, collegarsi con l’ampio di fuori, avvicinarsi ai segreti oscuri ed abissali di ciò che è infinito ed ultimo: questo valeva di certo il mettere a repentaglio vita, anima e salute!”
(“Colui che sussurrava nelle tenebre“)
H.P.Lovecraft è considerato un autore horror degno di rivaleggiare con Poe ma, soprattutto, il fondatore della moderna fantascienza.
Nei suoi racconti, scritti principalmente negli anni ’20 e ’30, vengono affrontati temi che costituiscono i pilastri portanti della fantascienza attuale e che spesso vengono fatti risalire ad autori più recenti quali Asimov, Vonnegut, Bradbury e Dick.
Tra i leif motiv che Lovecraft ha regalato alla fantascienza: l’ibrido umano alieno, il viaggio interstellare, il viaggio nel tempo, i simulacri.

“Non so perchè i miei incubi fossero così orrendi”
(da “Dagon“)
L’incubo è il filo conduttore dei racconti raccolti ne “I miti di Cthulhu”. Non incubo in senso letterale (per quanto l’orrore sia il genere letterario a cui si associa normalmente H.P.Lovecraft) ma in senso letterario: non è raro che i protagonisti dei racconti soffrano di incubi notturni, che la storia abbia inizio grazie a un incubo (o per colpa di), che la verità venga rivelata attraverso un sogno orrorifico e spaventoso. In fin dei conti gli incubi sono parti attive dei racconti di questo ciclo: protagonisti tanto quanto i personaggi, scenari veri e propri più che semplici sfondi, pilastri della storia e non soltanto pretesti narrativi.
Poichè è impossibile, anche se vale sempre la pena provarci, prescindere dalla biografia personale di Lovecraft e cercare di concentrarsi solo sull’opera, non si può non fare cenno del fatto che molti personaggi del suo mondo narrativo, soprattutto quelli mostruosi, scaturiscono da incubi che hanno tormentato l’autore fin dalla più tenera età ma di cui Lovecraft non ha mai cercato di sbarazzarsi poichè, sebbene ragazzino, trovava stimolante quella realtà che lo spaventava e tormentava: per quanto potesse sembrargli paurosa, era la sua realtà, quella che sentiva maggiormente vicina al suo immaginario e che gli ispirava idee e suggestioni.
In “Dagon”, racconto che costituisce il preludio al ciclo, l’incubo è situazione iniziale e scenario principale ma soprattutto è intermediario tra la realtà e le paure del protagonista, paure che -a loro volta- fanno da tramite e punto di unione tra sonno e veglia.
“Nyarlathotep… il Caos strisciante… Io sono l’ultimo… parlerò al vuoto in ascolto…”
(da “Nyarlathotep“)
Anche questo racconto, il secondo, trae origine da un sogno (per quanto incubo sia il termine più appropriato) dell’autore: Nyarlathotep, messo dei Grandi Antichi e anima da cui scaturiscono gli Ultimi Dei, è la primigena divinità non umana del pantheon immaginato dalla mente di Lovecraft.
Il racconto che vede Nyarlathotep protagonista è, in un certo senso, la “genesi” del mondo sommerso di Cthulhu e il preludio agli sconvolgimenti che i Grandi Antichi porteranno nel mondo secoli dopo ma ciò che, a mio parere, rende questo racconto tra i più affascinanti è l’ambientazione egizia e il punto di vista del narratore, coinvolto e contemporaneo ai fatti per quanto non onnisciente.
“Non è morto ciò che può vivere in eterno e in strani eoni anche la morte può morire”
(da “La città senza nome“)
E’ questa la frase che ci viene subito in mente quando pensiamo a Lovecraft: la sua citazione più famosa, il concetto più suggestivo, in un certo senso il suo “manifesto”.
Nel mondo creato da Lovecraft questo distico è stato suggerito al (pazzo) poeta arabo Abdul Alhazred (altrove translitterato anche in Abd al-Hazred) dalla visione della Città senza Nome, che gli è comparsa in sogno durante un pellegrinaggio nei deserti dello Yemen.
La Città senza Nome è un non luogo che vive nelle remote (e inquietanti) memorie di pochi, nei sussurri sconcertati dei dormienti cui, in sogno, fa visita e nelle leggende ormai dimenticate. Tra sogno e realtà il narratore si trova a vagare tra le immaginifiche rovine di questa città, apprendendo segreti che cambieranno per sempre la sua concezione della storia delle civiltà terrestri.
“Il nostro museo era un luogo inimmaginabile e blasfemo, ove, con gusto infernale alimentato dalla nevrosi, avevamo raccolto un mondo di orrore e putrefazione per eccitare le nostre sensibilità ormai logore e illanguidite”
(da “Il Cane“)
L’importanza de “Il cane” all’interno del ciclo deriva dalla comparsa del Necronomicon, il testo più oscuro e importante per i seguaci di Cthulhu. Il Necronomicon (chiamato anche Libro dei Morti, Libro delle invocazioni o Libro delle voci dei demoni) permette di abbattere quella frontiera apparentemente invalicabile tra la dimensione degli uomini e quella dei Grandi Antichi attraverso una serie di formule ideate dal pazzo Alhazred. Il Necronomicon viene chiamato spesso in causa nei racconti di Lovecraft per le implicazioni che avrà nello svolgimento del ciclo, in modo particolare se ne fa riferimento in “Il festival“, il racconto che ci permette di accantonare le ambientazioni arabe per dare inizio agli orrori che sconvolgeranno il New England negli anni a venire (e nei racconti successivi).
“La follia governa il vento che scende dalle stelle”
(da “Il Cane“)
In perfetto equilibrio tra horror e fantascienza, “Il cane” e “Il Festival” sono il punto di incontro tra le vocazioni della narrativa di Lovecraft: l’orrore viene dal cosmo, il cosmo è orrore; la paura scende dalle stelle, le stelle sono foriere di mostruosità aliene.
Anche per questo ha poco senso il continuo cercare di incatenare la letteratura di Lovecraft (e il Ciclo di Cthulu in particolare) in uno dei due generi classici tanto cari alla letteratura nordamericana dell’epoca: Lovecraft ha creato un genere tutto suo attingendo elementi sia dalla fantascienza che dall’horror (e un pò dal fantasy, tanto in voga ai giorni nostri).
Si dice la stessa cosa, me ne rendo conto, di molti scrittori che gli “etichettatori” vedono in bilico tra un genere e un altro ma per quanto riguarda Lovecraft è vero più che mai, se non altro per il modo, armonico e naturale, con il quale ha mescolato elementi tanto diversi senza mai risultare “forzato”. Armonia che bisogna apprezzare considerando, soprattutto, il fatto che molte storie della produzione erano inizialmente state concepite come indipendenti e solo successivamente l’autore ha deciso di farle confluire in un’unica dimensione narrativa; questa decisione spesso costringe gli autori di saghe e cicli (anche i migliori!) a ricorrere quasi all’uso della forza per incastrare al meglio tutti i pezzi del puzzle che hanno creato ma in Lovecraft questo non succede.
“C’erano stati eoni in cui altri esseri governavano la terra, essi avevano abitato grandi città… Erano tutti morti ere ed ere prima della venuta dall’uomo ma c’erano arti nascoste che avrebbero potuto farli rivivere quando le stelle fossero ritornate nella giusta configurazione nel cielo dell’eternità”
(da “Il richiamo di Cthulhu“)
E finalmente Cthulhu fa la sua comparsa nel ciclo a lui dedicato…
Un vecchio studioso, un giovane scultore, un ispettore di polizia e un navigatore scandinavo sono alle prese con misteriosi segnali che una forza misteriosa e potente porrà sul loro cammino come incubo e tormento. Al narratore (nipote dell’anziano accademico) spetta mettere in relazione tra loro gli sconvolgimenti, i sogni e le premonizioni al fine di decodificare lo spaventoso messaggio che le divinità degli abissi vogliono trasmettere agli abitanti della terra.
“Nè si può pensare che l’uomo sia il più antico o il più recente dei Signori della terra o che la semplice materia vitale sia la sola che cammini. I Vecchi erano, i Vecchi sono e i Vecchi saranno. Non negli spazi che conosciamo ma tra di essi camminano sereni e primigeni, senza dimensioni a noi visibili”
(da “L’orrore di Dunwich“)
Una piccola e isolata comunità vive circondata tra fitti boschi e incastonata tra serrate colline sulle cime delle quali si stagliano misteriosi dolmen di supposta fattura indiana… Più che nel Nordamerica del diciannovesimo secolo, questo racconto lungo sembra ambientato in un villaggio medievale: l’industria non è mai fiorita a Dunwich, si vedono più calessi che automobili, quasi nessuno ha mai lasciato il paese e una famiglia di fattori, padre e figlia in dolce attesa, vivono ai margini della piccola comunità, isolati da questo ambiente stretto e provinciale, additati come individui ambigui.
Eppure è proprio in questa famiglia di emarginati che il dio Yog Sothoth ha scelto di piantare il suo seme per forzare dall’interno i cancelli che dividono le dimensioni, eleggendo i Whateley a capostipiti della nuova era (o dannandoli con una maledizione infamante, dipende dai punti di vista…).
In questo racconto il pantheon si arricchisce di una nuova, terrificante, divinità e diventano più chiare le genealogie e le stirpi che verranno altrove approfondite ma soprattutto inizia ad affacciarsi la tematica degli ibridi umano-alieno (che tanto successo sta avendo nella fantascienza moderna) e facciamo la conoscenza di Armitage, docente della Miskatonic University di Arkham ed edotto del Necronomicon.
“Mi trovai di fronte nomi e termini che avevo già udito nei contesti più orripilanti (Yoggoth, il Grande Cthulhu, Tsathoggua, Yog-Sothoth, R’Iyelh, Nyarlathotep, Azathoth, Hastur, Yian, Leng, il Lago di Hali, Bethmoora, il Segno Giallo, L’mir-Kathulos, Bran e il Magnum Innominandum) e fui trascinato all’interno attraverso eoni senza nome e dimensioni inconcepibili, fino ai mondi di entità antiche ed aliene cui il folle autore del Necronomicon aveva solo accennato nella maniera più vaga. Mi si raccontava degli abissi della vita primigenia e dei fiumi che da lì scrorrevano, fino a quel sottile rivoletto che era stato catturato nei destini della nostra Terra”
(da “Colui che sussurrava nelle tenebre“)
Questo romanzo breve (perchè di romanzo si tratta, ed epistolare per giunta!) è spesso considerato una storia a parte, sebbene la più importante. In effetti stile e personaggi sono poco “lovecraftiani”: nessuno ha incubi notturni, tanto per inziare, vengono a mancare l’ambientazione onirica e la poetica quasi aulica dell’immenso orrore galattico nonchè l’univoco narratore onnipresente, eppure questa è la storia che, più di ogni altra, racchiude tutte le altre. Non solo le storie del Ciclo: “Colui che sussurrava nelle tenebre” contiene in sè tutto l’universo di Lovecraft, riepiloga le storie che l’autore ha scritto in passato e getta le fondamenta per quelle che scriverà in futuro. Senza contare il fatto che, in questa storia più di ogni altra, è chiaro il messaggio che Lovecraft ci vuole mandare: per quanto abbiano, da tempi immemori, abitato il nostro pianeta, gli abitanti delle tenebre, degli abissi e delle stelle sono in procinto di risvegliarsi ed appropriarsi di ciò che un tempo era loro; queste creature hanno bisogno di sodali, ambasciatori e, perchè no, seguaci tra i terrestri e da tempo hanno intrapreso la ricerca degli esseri umani più adatti da impiegare a tale scopo tormentandoli nei sogni e nell’inconscio.
In poche e -poco lovecraftianamente- essenziali parole viene delineata la sostanza della visione fantascientifica di Lovecraft attraverso uno scambio di lettere e prove audio tra il professor Akeley e il narratore, al quale sarà rivelata una verità sconvolgente sulla natura degli abitanti dello spazio, sulla loro civiltà e sul percorso che hanno seguito, e continuano a seguire, per arrivare fino a noi tra le stelle.
Olre che la tematica dell’ibrido, già affrontata nel racconto precedente, qui Lovecraft introduce anche un altro argomento che diventerà un pilastro del genere fantascientifico: quello dei simulacri.
Annotazione di pura curiosità: l’ambientazione temporale della storia è l’anno precedente la scoperta del (fu) pianeta Plutone…
“Ehy! Perchè non dite nulla? Vi piacerebbe vivere in una città come questa, dove ogni cosa marcisce e poi muore, dove i mostri rintanati strisciano, piagnucolano, abbaiano e saltellano per le soffitte oscure degli attici? Eh? Vi piacerebbe sentire le loro urla, una notte dopo l’altra, provenire dalla chiesa e dalla sala dell’Ordine di Dagon e sapere chi prende parte a quelle urla? Vi piacerebbe sentire cosa arriva da quella terrificante scogliera la notte di May Eve e di Halloween? Eh? Pensate che io sia pazzo? Ebbene, Signore, potrei dirvi che esistono cose ancora peggiori!”
(da “L’Ombra su Innsmouth“)
Questo racconto lungo chiude il ciclo iniziato con “Dagon”, non il libro in se’, che si chiude in effetti con “I sogni nella casa stregata“, racconto che viene però spesso relegato a epilogo del ciclo. E’ bene chiarire, ad ogni modo, che sui racconti che compongono questo ciclo non si è mai trovato accordo: alcuni vi fanno confluire storie e romanzi che spesso non vengono considerati, altri non ritengono che i primi due racconti qui menzionati ne facciano parte e così via…
Personalmente ritengo che “L’ombra su Innsmouth” sia conclusiva non solo perchè tutti gli elementi affrontati nei racconti precedenti trovano una collocazione cronologica quanto per la rivelazione finale che riguarda i seguaci di Cthulhu, che apre a sua volta la strada alle differenziazioni tra Grandi Antichi e Dei, tra Messaggeri e Colonizzatori.
In questo racconto viene chiarito inoltre il legame, altrove intuibile ma mai spiegato a chiare lettere, tra cielo e abissi e soprattutto viene affrontato il tema, a questo punto imperante, dell’ibrido senza lasciare nulla all’immaginazione del lettore.
Insomma: tutti i tasselli sono al loro posto e i successivi e precedenti racconti di Lovecraft (che appartengano o meno al “canone” ufficiale del ciclo!) possono essere letti finalmente con la consapevolezza che, per quanto ancora il cosmo ci è ignoto, i misteri più profondi ci sono stati rivelati.
“Y’ha-nthlei non fu annientata quando gli uomini della Terra spararono nel mare: fu ferita ma non uccisa. Gli antichi non possono essere annientati, anche se la magia dei Grandi Antichi dimenticati può talvolta controllarli. Per il momento sarebbero rimasti ma un giorno sarebbero sorti di nuovo per rendere omaggio al Grande Cthulhu…”
(da “L’Ombra su Innsmouth“)