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26 Apr 2012

La Masseria delle Allodole

Posted by Emi. 1 Commento

Proprio in questi giorni (il 24 Aprile se non erro) ricorre il giorno della memoria dell’efferato genocidio condotto contro il popolo armeno.
Vista l’occasione ho riletto (con piacere ma anche con tristezza) “La Masseria delle Allodole“, di Antonia Arslan.

La Masseria delle Allodole è la casa in campagna di una grande famiglia intorno alla quale ruotano vicende e sogni di molti personaggi e che purtroppo diventa teatro di una strage.

“Come avviene una strage? Quale liquore diventa il sangue, come sale alla testa? Come si diventa assetati di sangue? Chi lo gusta, si dice, non lo dimentica. In pochi istanti il gruppo si è trasformato in una banda da preda e con felina scioltezza si è avvicinato a tutte le porte…”

La famiglia protagonista della vicenda è molto vasta e ramificata quindi La Masseria non è l’unico luogo in cui si svolge l’azione perchè la narratrice, attraverso i suoi ricordi da bambina, attraversa i vari luoghi nei quali i suoi parenti sono sparpagliati, come la Francia, l’America, l’Italia.
In particolare il ramo italiano della famiglia è importante nella storia in quanto il capofamiglia sta vagliando l’ipotesi di tornare in Anatolia, nonostante il parere contrario della moglie ed il contesto storico, non proprio incoraggiante:

“L’Italia entra in guerra, a fianco di Francia, Inghilterra e Russia, denunciando il trattato della Triplice Alleanza. D’Annunzio e Mussolini battono le piazze, rullano i tamburi nell’immaginazione eccitata del paese, convinto che pochi mesi basteranno (l’eterna illusione della “guerra facile”…) per riportare la nazione ai suoi confini naturali, al Brenero e alle Alpi. Una febbre percorre il paese, molti partono volontari”

Il contesto storico non è favorevole neanche agli armeni che abitano l’Anatolia dato che i militari, i politici e i burocrati turchi hanno già messo in moto un’inarrestabile macchina di morte:

“Se conosci qualche armeno di buona borsa, a cui tieni, avvisalo che c’è pericolo” consiglia il cugino; “Puoi farti pagare bene una protezione, un salvacondotto” Così si è sempre usato nel paese, quando scoppiano i massacri.

Armeni e turchi, però, non sono solo soldati, politici e burocrati. Per prima cosa sono persone e non è raro che tra persone, a prescindere dalla propria appartenenza etnica, nascano delle amicizie -come nel caso del dottore e del capofamiglia- o degli amori, come succede tra il militare Djelal e Azniv, zia della protagonista:

“Djelal non vuole salvare la famiglia. Solo Azniv lo interessa, e salvare lei significa assolversi del compito orrendo che lo aspetta”

I soldati, quindi, fanno irruzione alla Masseria, giustiziando tutti gli uomini che trovano in casa, ragazzini compresi. Donne e bambine vengono, invece, salvate e radunate per la deportazione verso Aleppo:

“Non siamo selvaggi, le abbiamo liberate. Ora ci sbarazziamo dei corpi e poi potremo cenare. I maschi della vostra infame razza sono colpevoli e vanno eliminati perchè se ne sopravvivesse anche uno solo poi vorrebbe vendicarsi. Ma voi siete donne…”

A questo punto la storia vera e propria ha inizio, raccontando del pellegrinaggio delle donne, delle ragazze e delle bambine che, scortate dai militari, marciano in catene di città in città, in attesa di conoscere la loro sorte.

“Ma Azniv, Veron, Haiganush la figlia del maestro, Vartuhi l’impiegata della posta e quella che lavorava alla ferrovia sono convinte di farcela; e sentono in fondo al cuore un piccolo eccitante stimolo di orgoglio: loro, sempre così protette, sapranno far vedere che anche le donne hanno un cervello e riusciranno a controllare questa emergenza. E prima di tutto, infervorate di idee egualitarie si promettono solennemente che in questo viaggio tutti saranno davvero uguali e le risorse saranno messe in comune, come predica sempre il maestro Kevork. Sarà come essere già negli Stati Uniti, suggerisce Veron, come nella mia Chiesa. E tutte annuiscono convinte”

In questo corteo di morte conosciamo le vere protagoniste del romanzo, le donne armene che si fanno forza l’un l’altra e che tentano di trovare una via di fuga dimostrando, prima di tutto a loro stesse, che non sono così fragili e indifese come i loro uomini pensavano tra le mura di casa:

“C’è un momento nella vita di ogni donna armena, in cui la responsabilità della famiglia cade sulle sue spalle. Noi moriremmo, per evitare questo peso alle nostre perle, alle nostre rose di maggio: e infatti moriamo”

Un libro triste ma privo di autocommiserazione, uno spunto per riflettere e una speranza, purtroppo ancora irrealizzata: che nessun popolo debba, in futuro, più temere per la propria sopravvivenza, la propria vita, la propria identità.
Consiglio anche la visione dell’omonimo film, dei fratelli Taviani.

22 Feb 2012

Discorso agli Ateniesi (Pericle, 461 a.C.)

Posted by Emi. 1 Commento

“Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza.

Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento.

Qui ad Atene noi facciamo così.

La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana;  e non infastidiamo mai il nostro prossimo se al nostro prossimo piace vivere a modo suo.

Noi siamo liberi, liberi di vivere proprio come ci piace e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo.

Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private,

ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono offesa.

E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benché in pochi siano in grado di dare vita ad una politica, beh tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla.

Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia.

Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore.

Insomma, io proclamo che Atene è la scuola dell’Ellade e che ogni ateniese cresce sviluppando in sé una felice versatilità, la fiducia in se stesso, la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione ed è per questo che la nostra città è aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero .

 Qui ad Atene noi facciamo così”

Dato che ultimamente si parla tanto di Grecia… Ecco chi erano i greci nel 461 a.C.

Erano più democratici di noi.

E ribadisco: gli ateniesi, un popolo che ammetteva la schiavitù e l’inferiorità della donna… nonostante ciò più democratici di noi.

24 Gen 2012

I miti di Cthulhu

Posted by Emi. 3 Commenti

La mia brama di ignoto si infiammò, volle congiungersi alla sua, e mi sentii contagiato dal desiderio di infrangere quelle barriere. Scuotersi di dosso i pesanti, tormentosi limiti dello spazio, del tempo e delle leggi di natura, collegarsi con l’ampio di fuori, avvicinarsi ai segreti oscuri ed abissali di ciò che è infinito ed ultimo: questo valeva di certo il mettere a repentaglio vita, anima e salute!
(“Colui che sussurrava nelle tenebre“)

H.P.Lovecraft è considerato un autore horror degno di rivaleggiare con Poe ma, soprattutto, il fondatore della moderna fantascienza.
Nei suoi racconti, scritti principalmente negli anni ’20  e ’30, vengono affrontati temi che costituiscono i pilastri portanti della fantascienza attuale e che spesso vengono fatti risalire ad autori più recenti quali Asimov, Vonnegut, Bradbury e Dick.
Tra i leif motiv che Lovecraft ha regalato alla fantascienza: l’ibrido umano alieno, il viaggio interstellare, il viaggio nel tempo, i simulacri.

Non so perchè i miei incubi fossero così orrendi
(da “Dagon“)

L’incubo è il filo conduttore dei racconti raccolti ne “I miti di Cthulhu”. Non incubo in senso letterale (per quanto l’orrore sia il genere letterario a cui si associa normalmente H.P.Lovecraft) ma in senso letterario: non è raro che i protagonisti dei racconti soffrano di incubi notturni, che la storia abbia inizio grazie a un incubo (o per colpa di), che la verità venga rivelata attraverso un sogno orrorifico e spaventoso. In fin dei conti gli incubi sono parti attive dei racconti di questo ciclo: protagonisti tanto quanto i personaggi, scenari veri e propri più che semplici sfondi, pilastri della storia e non soltanto pretesti narrativi.
Poichè è impossibile, anche se vale sempre la pena provarci, prescindere dalla biografia personale di Lovecraft e cercare di concentrarsi solo sull’opera, non si può non fare cenno del fatto che molti personaggi del suo mondo narrativo, soprattutto quelli mostruosi, scaturiscono da incubi che hanno tormentato l’autore fin dalla più tenera età ma di cui Lovecraft non ha mai cercato di sbarazzarsi poichè, sebbene ragazzino, trovava stimolante quella realtà che lo spaventava e tormentava: per quanto potesse sembrargli paurosa, era la sua realtà, quella che sentiva maggiormente vicina al suo immaginario e che gli ispirava idee e suggestioni.
In “Dagon”, racconto che costituisce il preludio al ciclo, l’incubo è situazione iniziale e scenario principale ma soprattutto è intermediario tra la realtà e le paure del protagonista, paure che -a loro volta- fanno da tramite e punto di unione tra sonno e veglia.

Nyarlathotep… il Caos strisciante… Io sono l’ultimo… parlerò al vuoto in ascolto…
(da “Nyarlathotep“)

Anche questo racconto, il secondo, trae origine da un sogno (per quanto incubo sia il termine più appropriato) dell’autore: Nyarlathotep, messo dei Grandi Antichi e anima  da cui scaturiscono gli Ultimi Dei, è la primigena divinità non umana del pantheon immaginato dalla mente di Lovecraft.
Il racconto che vede Nyarlathotep protagonista è, in un certo senso, la “genesi” del mondo sommerso di Cthulhu e il preludio agli sconvolgimenti che i Grandi Antichi porteranno nel mondo secoli dopo ma ciò che, a mio parere, rende questo racconto tra i più affascinanti è l’ambientazione egizia e il punto di vista del narratore, coinvolto e contemporaneo ai fatti per quanto non onnisciente.

Non è morto ciò che può vivere in eterno e in strani eoni anche la morte può morire
(da “La città senza nome“)

E’ questa la frase che ci viene subito in mente quando pensiamo a Lovecraft: la sua citazione più famosa, il concetto più suggestivo, in un certo senso il suo “manifesto”.
Nel mondo creato da Lovecraft questo distico è stato suggerito al (pazzo) poeta arabo Abdul Alhazred (altrove translitterato anche in Abd al-Hazred) dalla visione della Città senza Nome, che gli è comparsa in sogno durante un pellegrinaggio nei deserti dello Yemen.
La Città senza Nome è un non luogo che vive nelle remote (e inquietanti) memorie di pochi, nei sussurri sconcertati dei dormienti cui, in sogno, fa visita e nelle leggende ormai dimenticate. Tra sogno e realtà il narratore si trova a vagare tra le immaginifiche rovine di questa città, apprendendo segreti che cambieranno per sempre la sua concezione della storia delle civiltà terrestri.

Il nostro museo era un luogo inimmaginabile e blasfemo, ove, con gusto infernale alimentato dalla nevrosi, avevamo raccolto un mondo di orrore e putrefazione per eccitare le nostre sensibilità ormai logore e illanguidite
(da “Il Cane“)

L’importanza de “Il cane” all’interno del ciclo deriva dalla comparsa del Necronomicon, il testo più oscuro e importante per i seguaci di Cthulhu. Il Necronomicon (chiamato anche Libro dei Morti, Libro delle invocazioni o Libro delle voci dei demoni) permette di abbattere quella frontiera apparentemente invalicabile tra la dimensione degli uomini e quella dei Grandi Antichi attraverso una serie di formule ideate dal pazzo Alhazred. Il Necronomicon viene chiamato spesso in causa nei racconti di Lovecraft per le implicazioni che avrà nello svolgimento del ciclo, in modo particolare se ne fa riferimento in “Il festival“, il racconto che ci permette di accantonare le ambientazioni arabe per dare inizio agli orrori che sconvolgeranno il New England negli anni a venire (e nei racconti successivi).

La follia governa il vento che scende dalle stelle
(da “Il Cane“)

In perfetto equilibrio tra horror e fantascienza, “Il cane” e “Il Festival” sono il punto di incontro tra le vocazioni della narrativa di Lovecraft: l’orrore viene dal cosmo, il cosmo è orrore; la paura scende dalle stelle, le stelle sono foriere di mostruosità aliene.
Anche per questo ha poco senso il continuo cercare di incatenare la letteratura di Lovecraft (e il Ciclo di Cthulu in particolare) in uno dei due generi classici tanto cari alla letteratura nordamericana dell’epoca: Lovecraft ha creato un genere tutto suo attingendo elementi sia dalla fantascienza che dall’horror (e un pò dal fantasy, tanto in voga ai giorni nostri).
Si dice la stessa cosa, me ne rendo conto, di molti scrittori che gli “etichettatori” vedono in bilico tra un genere e un altro ma per quanto riguarda Lovecraft è vero più che mai, se non altro per il modo, armonico e naturale, con il quale ha mescolato elementi tanto diversi senza mai risultare “forzato”. Armonia che bisogna apprezzare considerando, soprattutto, il fatto che molte storie della produzione erano inizialmente state concepite come indipendenti e solo successivamente l’autore ha deciso di farle confluire in un’unica dimensione narrativa; questa decisione spesso costringe gli autori di saghe e cicli (anche i migliori!) a ricorrere quasi all’uso della forza per incastrare al meglio tutti i pezzi del puzzle che hanno creato ma in Lovecraft questo non succede.

C’erano stati eoni in cui altri esseri governavano la terra, essi avevano abitato grandi città… Erano tutti morti ere ed ere prima della venuta dall’uomo ma c’erano arti nascoste che avrebbero potuto farli rivivere quando le stelle fossero ritornate nella giusta configurazione nel cielo dell’eternità
(da “Il richiamo di Cthulhu“)

E finalmente Cthulhu fa la sua comparsa nel ciclo a lui dedicato…
Un vecchio studioso, un giovane scultore, un ispettore di polizia e un navigatore scandinavo sono alle prese con misteriosi segnali che una forza  misteriosa e potente porrà sul loro cammino come incubo e tormento. Al narratore (nipote dell’anziano accademico) spetta mettere in relazione tra loro gli sconvolgimenti, i sogni e le premonizioni al fine di decodificare lo spaventoso messaggio che le divinità degli abissi vogliono trasmettere agli abitanti della terra.

Nè si può pensare che l’uomo sia il più antico o il più recente dei Signori della terra o che la semplice materia vitale sia la sola che cammini. I Vecchi erano, i Vecchi sono e i Vecchi saranno. Non negli spazi che conosciamo ma tra di essi camminano sereni e primigeni, senza dimensioni a noi visibili
(da “L’orrore di Dunwich“)

Una piccola e isolata comunità vive circondata tra fitti boschi e incastonata tra serrate colline sulle cime delle quali si stagliano misteriosi dolmen di supposta fattura indiana… Più che nel Nordamerica del diciannovesimo secolo, questo racconto lungo sembra ambientato in un villaggio medievale: l’industria non è mai fiorita a Dunwich, si vedono più calessi che automobili, quasi nessuno ha mai lasciato il paese e una famiglia di fattori, padre e figlia in dolce attesa, vivono ai margini della piccola comunità, isolati da questo ambiente stretto e provinciale, additati come individui ambigui.
Eppure è proprio in questa famiglia di emarginati che il dio Yog Sothoth ha scelto di piantare il suo seme per forzare dall’interno i cancelli che dividono le dimensioni, eleggendo i Whateley a capostipiti della nuova era (o dannandoli con una maledizione infamante, dipende dai punti di vista…).
In questo racconto il pantheon si arricchisce di una nuova, terrificante, divinità e diventano più chiare le genealogie e le stirpi che verranno altrove approfondite ma soprattutto inizia ad affacciarsi la tematica degli ibridi umano-alieno (che tanto successo sta avendo nella fantascienza moderna) e facciamo la conoscenza di Armitage, docente della Miskatonic University di Arkham ed edotto del Necronomicon.

Mi trovai di fronte nomi e termini che avevo già udito nei contesti più orripilanti (Yoggoth, il Grande Cthulhu, Tsathoggua, Yog-Sothoth, R’Iyelh, Nyarlathotep, Azathoth, Hastur, Yian, Leng, il Lago di Hali, Bethmoora, il Segno Giallo, L’mir-Kathulos, Bran e il Magnum Innominandum) e fui trascinato all’interno attraverso eoni senza nome e dimensioni inconcepibili, fino ai mondi di entità antiche ed aliene cui il folle autore del Necronomicon aveva solo accennato nella maniera più vaga. Mi si raccontava degli abissi della vita primigenia e dei fiumi che da lì scrorrevano, fino a quel sottile rivoletto che era stato catturato nei destini della nostra Terra
(da “Colui che sussurrava nelle tenebre“)

Questo romanzo breve (perchè di romanzo si tratta, ed epistolare per giunta!) è spesso considerato una storia a parte, sebbene la più importante. In effetti stile e personaggi sono poco “lovecraftiani”: nessuno ha incubi notturni, tanto per inziare, vengono a mancare l’ambientazione onirica e la poetica quasi aulica dell’immenso orrore galattico nonchè l’univoco narratore onnipresente, eppure questa è la storia che, più di ogni altra, racchiude tutte le altre. Non solo le storie del Ciclo: “Colui che sussurrava nelle tenebre” contiene in sè tutto l’universo di Lovecraft, riepiloga le storie che l’autore ha scritto in passato e getta le fondamenta per quelle che scriverà in futuro. Senza contare il fatto che, in questa storia più di ogni altra, è chiaro il messaggio che Lovecraft ci vuole mandare: per quanto abbiano, da tempi immemori, abitato il nostro pianeta, gli abitanti delle tenebre, degli abissi e delle stelle sono in procinto di risvegliarsi ed appropriarsi di ciò che un tempo era loro; queste creature hanno bisogno di sodali, ambasciatori e, perchè no, seguaci tra i terrestri e da tempo hanno intrapreso la ricerca degli esseri umani più adatti da impiegare a tale scopo tormentandoli nei sogni e nell’inconscio.
In poche e -poco lovecraftianamente- essenziali parole viene delineata la sostanza della visione fantascientifica di Lovecraft attraverso uno scambio di lettere e prove audio tra il professor Akeley e il narratore, al quale sarà rivelata una verità sconvolgente sulla natura degli abitanti dello spazio, sulla loro civiltà e sul percorso che hanno seguito, e continuano a seguire, per arrivare fino a noi tra le stelle.
Olre che la tematica dell’ibrido, già affrontata nel racconto precedente, qui Lovecraft introduce anche un altro argomento che diventerà un pilastro del genere fantascientifico: quello dei simulacri.
Annotazione di pura curiosità: l’ambientazione temporale della storia è l’anno precedente la scoperta del (fu) pianeta Plutone…

Ehy! Perchè non dite nulla? Vi piacerebbe vivere in una città come questa, dove ogni cosa marcisce e poi muore, dove i mostri rintanati strisciano, piagnucolano, abbaiano e saltellano per le soffitte oscure degli attici? Eh? Vi piacerebbe sentire le loro urla, una notte dopo l’altra, provenire dalla chiesa e dalla sala dell’Ordine di Dagon e sapere chi prende parte a quelle urla? Vi piacerebbe sentire cosa arriva da quella terrificante scogliera la notte di May Eve e di Halloween? Eh? Pensate che io sia pazzo? Ebbene, Signore, potrei dirvi che esistono cose ancora peggiori!
(da “L’Ombra su Innsmouth“)

Questo racconto lungo chiude il ciclo iniziato con “Dagon”, non il libro in se’, che si chiude in effetti con “I sogni nella casa stregata“, racconto che viene però spesso relegato a epilogo del ciclo. E’ bene chiarire, ad ogni modo, che sui racconti che compongono questo ciclo non si è mai trovato accordo: alcuni vi fanno confluire storie e romanzi che spesso non vengono considerati, altri non ritengono che i primi due racconti qui menzionati ne facciano parte e così via…
Personalmente ritengo che “L’ombra su Innsmouth” sia conclusiva non solo perchè tutti gli elementi affrontati nei racconti precedenti trovano una collocazione cronologica quanto per la rivelazione finale che riguarda i seguaci di Cthulhu, che apre a sua volta la strada alle differenziazioni tra Grandi Antichi e Dei, tra Messaggeri e Colonizzatori.
In questo racconto viene chiarito inoltre il legame, altrove intuibile ma mai spiegato a chiare lettere, tra cielo e abissi e soprattutto viene affrontato il tema, a questo punto imperante, dell’ibrido senza lasciare nulla all’immaginazione del lettore.
Insomma: tutti i tasselli sono al loro posto e i successivi e precedenti racconti di Lovecraft (che appartengano o meno al “canone” ufficiale del ciclo!) possono essere letti finalmente con la consapevolezza che, per quanto ancora il cosmo ci è ignoto, i misteri più profondi ci sono stati rivelati.

Y’ha-nthlei non fu annientata quando gli uomini della Terra spararono nel mare: fu ferita ma non uccisa. Gli antichi non possono essere annientati, anche se la magia dei Grandi Antichi dimenticati può talvolta controllarli. Per il momento sarebbero rimasti ma un giorno sarebbero sorti di nuovo per rendere omaggio al Grande Cthulhu…
(da “L’Ombra su Innsmouth“)

27 Nov 2011

Il Volo

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Volo notturno.
Un leggero sbatter d’ali convulso,
tra penombra e luce.
Così riecheggia sui miei pensieri
il ricordo confuso di tanti gesti

(da: “Il Volo“, G. Amenta)

 

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21 Nov 2011

XF5: buona la prima, parola di Bombo

Posted by Emi. 2 Commenti

E contro ogni pronostico ho guardato Xfactor.

Accendo la tv raramente, guardo programmi televisivi ancor più raramente, gare canore quasi mai, reality assolutamente no. Quando questo quadro si delinea nelle mie serate il Sole si pone in trigono con Urano, il pianeta Nibiru sfonda la nostra atmosfera e l’asse terrestre sovverte la sua inclinazione mandando i poli alle Canarie. Entrambi.

O, più semplicemente, Enrico Ruggeri si aggira nei dintorni.

Enrico Ruggeri: l’uomo che mi ha persino convinto a seguire “Mistero”. Per dire!

Quest’anno Enrico Ruggeri non allieterà i miei occhi allentandosi la cravatta a cadenza settimanale, non diletterà le mie orecchie con le sue colte introduzioni, non stuzzicherà il mio spirito di appartenenza al branco con il suo Samurai Monogatari.

Sensei Rouge mi mancherà molto ma in compenso:

Morgan ha riportato in auge la teoria freudiana dell’onanismo specificando, per le menti meno edotte, a quale pratica solitaria facciano riferimento le antiche gesta dell’anonima onanisti;

Simona Ventura ha riscritto il codice esadecimale RGB ipotizzando immotivati abbinamenti tra i colori e le sue cantanti (per la cronaca le sue cantanti sono tre: Il folletto Memole, la puffolina Bontina e Bellatrix Lestrange post crisi adolescenziale);

Morgan ci ha spiegato come trovare l’uovo nel pagliaio ed il pelo in un ago coniando settemila modi di dire che purtroppo hanno avuto successo presso i suoi colleghi e che, purtroppo, ci verranno riproposti ogni settimana come battutone portanti della sottotrama comica;

Arisa ci ha dimostrato come si possa essere permalosi senza tuttavia trascendere ed indossare un vestito smesso della Regina Elisabetta II senza tuttavia sembrare la Principessa Anna;

Morgan ha comprovato l’ipotesi secondo la quale se i suoi sottouomini si esibiscono in pezzi risalenti agli anni ’60 è una figata ma se lo fanno i cantanti delle altre squadre è altamente esecrabile;

Elio ci ha (finalmente, aggiungerei) dimostrato come non sia così impossibile trovare tre gruppi vocali validi in tutta l’Italia e tutti e tre- udite udite- addirittura nel corso dello stesso anno. Magari l’impresa ha il retrogusto del miracolo e il sapore della trascendenza ma impossibile, chi l’avrebbe mai detto, proprio non doveva essere. A lui ed alla sua squadra va tutta la mia simpatia. Prossimo obiettivo? Trovare per i gruppi vocali dei nomi decenti (ma rimandiamo al prossimo anno: mi rendo conto di quando inizio a chiedere troppo e so bene quando fermarmi nelle mie esose pretese).

Morgan, infine, ha evidenziato come l’apprezzamento “bambola horror” sia in realtà un complimento di stampo artistico ed una chiara attestazione di stima nei confronti del cantante. Sono felice di esserne venuta a conoscenza poiché rimuginavo su questo appellativo da quasi un anno senza vedere la luce alla fine del tunnel.

Il primo eliminato della serata, a sorpresa ma non troppo per chi abbia seguito i provini, è il giovane Alessandro Cattelan, professione presentatore, le cui introduzioni ci hanno ricordato con nostalgia la solennità dei collegamenti con la giuria popolare dislocata a Bordighera durante i dopo-festival degli anni ’80. Cattelan ci mancherà proprio per questa sua capacità, non comune a dire il vero, di far sembrare amatoriale e low budget perfino la prima puntata dello show di punta del prime time di Sky. In un mondo in cui un qualunque Dj figlio di Pooh con un microfono in mano si sente il campione dell’arena di Capua, la sua umiltà è un faro che illumina il cammino dei giovani d’oggi.

Cattelan, all’ultimo scontro, ha dovuto vedersela con Miguel Bosè: è stata una lotta impari ma degna di essere goduta fino all’ultimo. Decisiva la scelta di Miguel Bosè di non cantare “Se tu non torni” ma di sbrodolare stoltamente lodi francamente sproporzionate nei confronti di ogni singola persona aventi le- anche lontanamente vaghe- sembianze di cantante di Xfactor. Questa strategia di gioco gli ha fruttato non solo la permanenza nel programma ma perfino la conduzione della seconda stagione di “Star Academy” su Rai2: Daniele Battaglia, guarda e impara!

Il vincitore della puntata è invece l’anonimo spettatore del pubblico che ha sollevato al cielo con orgoglio lo striscione del Bombo, storicamente animale simbolo della più raffinata tradizione musicale. Nonostante il suo imperturbabile anonimato sento che voterò per lui nel caso in cui dovesse arrivare in finale.

12 Nov 2011

Live di Matteo Beccucci al “N’Importe Quoi” di Roma

Posted by Emi. 1 Commento

Giovedì scorso, per la serie degli eventi “Senza Filtro”, Matteo Beccucci ha tenuto un live al N’Importe Quoi di Roma. Live al quale, con grande piacere, ho partecipato grazie all’invito di un’amica, assidua frequentatrice di questo bel cafè libreria sito nel quartiere ebraico, sul lungotevere dei Cenci.

Ho sentito Beccucci per la prima volta lo scorso anno al Sistina, in occasione del musical “Jesus Christ Superstar”: interpretava il ruolo di Giuda e, nonostante nel cast ci fossero grandi cantanti come Mario Venuti, Max Gazzè e Simona Bencini, mi ha immediatamente colpito per la sua voce e per il suo modo di cantare.
Qualche mese più tardi è uscito il cd “La cucina giapponese” e non ho tardato ad acquistarlo, scoprendo così che, oltre che ottimo interprete, Matteo Beccucci è anche un bravo cantautore.

Qui si fermava, fino a ieri, la mia conoscenza di questo cantante: non avevo seguito le sue performance a Xfactor, ignoravo cosa facesse prima di Xfactor e non avevo ascoltato i suoi precedenti CD ed EP di cover.
Sono contenta di poter dire che, grazie al live di ieri, ho scoperto qualcosa in più su questo bravo artista, che certo merita di essere seguito con attenzione.

L’atmosfera raccolta, molto raccolta, del piccolo cafè libreria e la partecipazione di pochi ma fedelissimi estimatori ha fatto sì che si creasse un ambiente familiare e intimo: quasi tutti i presenti erano seduti- chi su un cuscino, chi su un tavolino, chi a terra- in prima fila e, mentre Beccucci si esibiva, bicchieri di vino raggiungevano gli spettatori dall’angolo bar e sacchetti pieni di lecca lecca, dono di una delle più sincere estimatrici del cantante, giravano di mano in mano. Insomma, una bella atmosfera.
Il chitarrista Franco Ceccanti e i cantanti Daniele Magro ed Elisa Rossi hanno fornito il loro importante contributo alla buona riuscita della serata, il primo accompagnando (magistralmente) Beccucci in ogni canzone, i secondi duettando con il protagonista del live rispettivamente nelle canzoni “You’ve got a friend” e “The power of love”.
Nel corso dell’esibizione Beccucci ha cantato sia cover italiane e straniere che canzoni inedite da lui composte. Ho trovato particolarmente interessante il personale arrangiamento che Beccucci ha provvisto a “La notte” di Salvatore Adamo, molto intensa la sua interpretazione di “Ti regalerò” (la canzone che preferisco dell’ultimo CD) e bella la sua traduzione di “I Should Have Known Better” (e tradurre le canzoni dall’inglese, parlo per esperienza, non è una passeggiata!).
Tra una canzone e l’altra Matteo Beccucci ha intrattenuto il pubblico rispondendo con estrema disponibilità alle domande del padrone di casa e raccontando, con la sua simpatia toscaneggiante, divertenti aneddoti relativi ai suoi tour, a Xfactor, al rapporto con Morgan e al musical.

Sono stata felice, quindi, di aver potuto risentire dal vivo la bella voce di Matteo Beccucci e di aver potuto ascoltare con attenzione le sue canzoni: trovo che sia un buon paroliere e arrangiatore. Infine sono contenta di aver scoperto che, nonostante la sua carriera piena di successi e soddisfazioni in un mondo come quello della musica e del musical di alto livello, Beccucci è un uomo spiritoso e alla mano, oltre che un serio professionista ed un vero signore.

Riporto qui il testo della canzone che più mi è piaciuta: trovo che sia originale come spunto narrativo, ben scritta e commovente. Sono contenta di aver letto il testo prima di ascoltarla perchè queste parole meritano di essere lette, come fossero versi poetici.

Ti regalerò

Non so che cosa sia successo
vedo il mio corpo sull’asfalto
e li a fianco tu che piangi me
e non mi puoi sentire,
io ti vorrei consolare.

E sto cercando per assurdo
il modo per restarti accanto;
la mia anima mi lascerà
per abitare un’altra identità
e diventando un altro

Ti regalerò emozioni
nei pensieri più normali
ti regalerò ragioni e distrazioni
ti regalerò sensi di colpa per nuovi amori
attraverso un altro io ti regalerò
una nuova complicità
segni che per te ho captato
ti regalerò le cose che non hai vissuto
ti regalerò resistenza fisica
coscienza critica
visione lucida.

Adesso so che mi è successo
non potrò mai più starti accanto
mi dispiace solamente che
tu non mi puoi sentire
e senza niente in cambio

Ti regalerò sensazioni
pensieri speciali
ti regalerò rimpianti e tentazioni
ti regalerò senza una colpa,
trasgressioni attraverso un altro io ti regalerò.

Gelosia, generosità
sogni che non hai sognato
ti regalerò il figlio che non è mai nato
ti regalerò resistenza fisica
coscienza critica
visione lucida

…come un angelo

Ti regalerò emozioni
pensieri più normali
ti regalerò ragioni e distrazioni
ti regalerò sensi di colpa per nuovi amori
attraverso un altro io ti regalerò
una nuova complicità
segni che per te ho captato
ti regalerò le cose che non hai vissuto
ti regalerò resistenza fisica
coscienza critica
bellezza unica.

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22 Set 2011

Possessione (Una storia romantica?) di A.S. Byatt

Posted by Emi. 4 Commenti

“Questo è il mio centro- pensò- Qui, in questo luogo, in questo tempo, in lei, in quel posto sottile, dove il mio desiderio ha fine”

Possession - Una storia romantica

Desideravo leggere questo libro da anni, da quando ho visto il film… speravo che l’amica che mi aveva fatto compagnia al cinema quella sera me lo regalasse, prima o poi. Meglio tardi che mai, dato che sono passati quasi 10 anni!
L’attesa ha accresciuto le mie aspettative su questo libro, che non sono state deluse.
E che è molto più bello del film (come spesso accade) e tuttavia fedele.

La cosa che più mi è piaciuta in questo libro è certamente la commistione di generi diversi: epistolare, poetico, storico, romantico, giallo, introspettivo, filologico.
Mi ha stupito soprattutto il piacere con cui ho affrontato le parti poetiche: non amo la poesia ma vuoi perchè il genere di poetica contenuta in questo libro mi è congeniale (mitologia, arcadia, pastorale), vuoi perchè è specificato il nesso tra le poesie riportate e la storia narrata, non ho sofferto la mia solita inadeguatezza nei confronti del genere poetico.
L’altra sorpresa positiva che lo stile della narrazione mi ha riservato è stata l’importanza attribuita alla questione della ricerca filologica e la semplicità con cui è stata affrontata. Non credevo di poter seguire, da profana, discorsi di questo stampo (me la sono, ad ogni modo, cavata meglio con i cavilli legali sull’ereditarietà delle epistole!) invece l’autrice ha avuto la capacità di farmi entrare pian piano in quest’ottica, allettandomi dapprima con la semplice curiosità con la quale ci si accostra ad un mistero da risolvere (sentimentale, per di più).

La storia si svolge in Inghilterra ai giorni nostri e coinvolge due studiosi di due autori del passato i cui rapporti nessuno avrebbe mai sospettato prima che Roland, studioso del poeta Ash, si imbattesse per caso in una lettera che il poeta (per il quale Roland ha un interesse professionale che sfiora la passione vera e propria) aveva indirizzato ad una misteriosa signora. La lettera solletica la curiosità e lo spirito di avventura del ricercatore precario e sottopagato (sia per gli scenari adulterini che potrebbe aprire sulla vita retta e pia del poeta Ash, sia per l’accattivante ritratto della misteriosa donna) e questi inizia ad indagare fino a trarre la conclusione che la signora del mistero può essere identificata in Cristabel LaMotte, poetessa di non primissimo piano.
La
ricerca conduce Roland fino a Maud, studiosa della LaMotte e sua lontana discendente: i due letterati- tra ipotesi filologiche, congiure accademiche, fughe di cervelli e furti di opere di ingegno- uniscono le proprie forze per fare luce sul mistero iniziale, ovvero i rapporti personali che legano i due poeti, e sugli interrogativi (non più solo sentimentali ma anche letterari, poetici e biografici) che man mano si schiudono andando avanti tra colpi di scena, lettere, diari, testamenti e agguati da parte di baroni universitari e agguerriti rivali.

I personaggi hanno rappresentato per me la scoperta forse più bella. Non solo i due protagonisti, meno stucchevoli e smielati del film (è raro, ai giorni nostri, trovare un libro con due protagonisti di sesso opposto che non finiscono a giacere nello stesso talamo il tempo di 4 pagine) ma soprattutto i comprimari: la fidanzata di Roland, la studiosa francese, l’amica americana, la custode del diario della moglie di Ash, il veccio tenutario del castello e la sua gentile moglie, i due avvocati… Personaggi che hanno il loro senso pur non essendo necessariamente tutti eccessivamente funzionali alla storia.

La cosa che più mi è piaciuta di tutto il libro però è stata la generale rievocazione (quasi in costume, in questo il film era fedele) ambientata nel passato, in particolare il diario della nipote francese di Christabel che trovo ben scritto e appassionante, pur non amando molto il diario come genere letterario.

Insomma: è un libro a scatole cinesi scritto molto bene, ricco e variegato, in cui lo stile di ogni tassello si armonizza perfettamente con la trama principale pur costituendo dei capitoli indipendenti. Ad avercene di libri così!

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12 Set 2011

Dopo tutta questa trepidante attesa…

Posted by Emi. 2 Commenti

…Speravo sinceramente in qualcosa di più misterioso ed accattivante.

Iinvece Voyager è ripartito alquanto sottotono…

Cioè: l’Uomo Falena e il temponauta John Titor sono stati avvistati ieri a Sassari intenti a riportare alla luce le rovine della perduta Atlantide e… Giacobbo non dice nulla?

La metro di Roma è infestata dai fantasmi che si sono trasferiti questa estate dalla metro di Londra, dato che non trovavano più pace a causa delle troupes di Voyager ivi stanziate, e… Giacobbo non trova il coraggio di parlarne?

William Shakespeare è tornato in vita a ferragosto, richiamato dai dubbi che Voyager ha messo in giro sulle sue origini ed ha proclamato: “Sugnu Siciliano ‘mmari, avanzi soddi?” e… Giacobbo non ne fa menzione alcuna????

Insomma: è ora di smetterla con questa reticenza, questa pusillanimità, questa omertà!

Giacobbo, torna in te: ridacci gli uomini lupo-vampiri, i chubacabras templari, i graziosi voli orbitanti del pianeta Nibiru, le colonne d’Ercole site ovunque tranne che in Spagna e, ovviamente l’Abate Sounier a Rennes le Chateau…

Ti prego Giacobbo ridacci i nostri sogni: torna presto, ti aspettiamo…voyager1

4 Lug 2011

Che giorno sarà

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Perchè mai un libro di Ruggeri?

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Il fatto che lo seguo in modo ossessivo dai tempi di Peter Pan (quanti anni avevo, 9?), che sono andata a sentirlo suonare nei posti più improbabili, che ho visto solo per sentirlo parlare trasmissioni televisive al limite dell’inguardabile e che possiedo 2 (dico 2!) Cd dei Kymera (che cmq consiglio a tutti, sono davvero bravi)… basta per leggere e soprattutto per farvi leggere una digressione su un libro leggero come quello del Nostro quando in giro ci sono classici tipo “I fratelli Karamazov” di cui ancora non ho scritto nulla?

No. E chi se ne.

Ultimamente leggo molto ma non prendo appunti quindi sono meno invogliata a scrivere di quel che leggo (scrivo di altro, quantomeno!) mentre durante la lettura (carina, veloce, scorrevole) di questo libro gli appunti li ho dovuti prendere, se non altro in vista dell’incontro con l’autore (che, di persona, è … E’!).Quindi buona lettura.

Il protagonista del libro è Ronchi, un musicista di nullo successo (Ruggeri dice che è come una puntata del suo vecchio programma “Il bivio”: cosa sarebbe successo se… se lui stesso, credo, non avesse sbancato? Spero non quello che si legge nel libro!!!) ma devo proprio dirlo cosa ho provato tutto il tempo per Ronchi?!?! Devo proprio????
Meglio limitarsi a dire che preferisco Ruggeri!

-Per prima cosa preciso che tutti quelli che hanno letto questo libro me ne hanno parlato chi maluccio, chi male e chi malissimo… quindi il mio giudizio complessivo é: mi aspettavo peggio…

-Per quanto riguarda lo stile: conoscendo i testi di Ruggeri cantautore mi aspettavo qualcosa di romantico e dai sapori un pò antichi (non dico barocchismo di maniera nè quasi medievale … ma quantomeno d’infiorito retrò).
Conoscendo il Ruggeri grande affabulatore nei programmi televisivi mi aspettavo uno stile prolisso e infiocchettato…
Invece mi ha sorpreso in positivo: inaspettatamente il suo stile è molto semplice, immediato, centra l’obiettivo (“arriva” direbbe la sua ex collega Tatangela! Dal punto di vista dello stile narrativo per me è un SI!!! Povero: “Xfactor” è, grazie al cielo, terminato da mesi e ancora non l’ho perdonato… Per perdonarlo di aver presentato “Mistero” però ho impiegato più tempo anzi: non credo di esserci ancora riuscita del tutto….)

-Per quanto riguarda la trama era ciò che avevo letto nelle recensioni di altri, che avevo sentito dire, che mi aspettavo.
La storia, sia come trama che come ambientazione, è molto lontana da me, dai miei gusti, dalle mie esperienze, da ciò che voglio trovare in un libro. Sapevo già che la storia narrata non era del mio genere preferito e che il romanzo in se’ non mi avrebbe cambiato la vita dunque qui le mie aspettative sono state rispettate, devo dire… anzi: ad un certo momento (verso la fine perciò non dico a che mi riferisco) mi sono sorpresa ad indentificarmi con un personaggio, non per il personaggio ma per l’esperienza che stava vivendo in quel momento e che avevo fatto anche io.
Questo mi ha sorpreso dato che il personaggio in questione non mi piaceva e che la storia l’ho sentita tutto il tempo molto distante dunque è un pregio del Ruggeri narratore.

-Per quanto riguarda i personaggi: a parte il mio odio viscerale per il protagonista (se fossi stata sua madre o la sua ragazza lo avrei preso a sberle dalla mattina alla sera per ricominciare il mattino succesivo!) ci sono alcuni personaggi ben delineati (Francesca), altri che mi hanno incuriosito (Linda Love… soprattutto mi sono messa a pensare a quale cantante possa aver ispirato questo personaggio e mi sono anche fatta un’idea), altri personaggi mi hanno fatto ridere (i cantanti del tour del sud per esempio), altri che mi sono proprio piaciuti (come Andrea e Dario) ma nel complesso la maggior parte mi sono sembrati personaggi squallidi che si muovo in un ambiente deprimente.
Credo che fosse voluto e che Ruggeri volesse raccontarci questo, alla fine: che il mondo della musica non è tutto pailettes, piume di struzzo e velli d’oro.
Una (piccola, minuscolissima) nota di demerito: nel complesso i personaggi femminili mi sembrano molto stereotipati e l’approccio ad essi molto maschilista. Sarà stato voluto? Sarà stata l’ambientazione? Sarà che sono così perchè visti attraverso gli occhi di questo protagonista? Alla fine però non me ne sono molto sorpresa (ogni tanto mi veniva in mente “portaci delle rose, nuove cose e ti diremo ancora un altro sì”… ma questa è un’impressione personalissima sul Ruggeri autore e sul Ruggeri uomo, che qui non sono certo in discussione e, ne sono consapevole, forse è un’impressione solo mia…)

Insomma: si vede che Ruggeri non è un romanziere ma si vede anche che non ha la pretesa di esserlo. Credo si sia approcciato alla cosa in modo umile, senza pomposità: voleva raccontare una storia perchè gli veniva dal cuore, perchè gli piaceva la sfida, perchè sognava di farlo. L’ha fatto ed in modo degno.
In libreria troviamo cose peggiori e scritte male firmate da gente che si spaccia per romanziere di successo (qualsivoglia riferimento a “Scusa ma che scrivi a fare” è casuale!) quindi ben venga Ruggeri, che scrive bene ed ha scritto un libro leggero e piacevole che consiglierei ai ragazzi (se non altro per entrare un pò nel clima di quegli anni in cui la storia è ambientata e per farsi una cultura di musica grazie alle dotte citazioni).

Il mio giudizio complessivo è: riprovaci ancora, Rouge… che vai forte! (E se arrivo a citare perfino Celentano…). Anche se in futuro, da lettrice, vorrei che il grande Sensei Affabulatore diventasse autore di un libro di interviste a grandi musicisti o autori… io lo leggerei volentieri un libro del genere!

8 Apr 2011

4 ANNI!

Posted by Emi. 7 Commenti

4anni
Ultimamente non scrivo molto in questo blog, lo so bene. Scrivo sempre ma scrivo altro; leggo sempre… ovviamente! Ci sono sempre e sono sempre io! Però ogni tanto ritorno … in questo caso puntuale per i festeggiamenti!!!!!

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10 Gen 2011

Theotihuacan

Posted by Emi. 5 Commenti

Teotihuacan era una città stato costituitasi dall’unione di vari villaggi agricoli nel I sec. a.C. nell’odierno Messico.

panoramica Teotihuacan

Nonostante moltissimi studi ignoriamo tutt’ora come gli abitanti chiamassero la loro città, loro stessi e la propria società. Non sappiamo quale lingua parlassero o in che forma di governo si fossero organizzati.
Quei pochi termini con cui oggi ci riferiamo a questo misterioso popolo sono mutuati dagli Aztechi, che circa 1000 anni dopo ne colonizzarono il territorio e che ci lasciarono molte testimonianze su questa antica civiltà, che reputavano divina.
Gli Aztechi credevano che la città di Teotihuacan fosse stata la dimora degli dei scesi in terra; da questa credenza trae anche origine il nome della città. Per gli Aztechi è a Teotihuacan che l’uomo diventa dio ed il dio si incarna nell’uomo, è a Teotihuacan che nasce il quinto sole della cosmogonia azteca.
I contemporanei Maya non ci hanno trasmesso molte informazioni su questa civiltà; sappiamo però che si riferivano a Teotihuacan con il nome “puh” o “pouh”, parola usata per indicare un luogo sito in un canneto. In alcuni casi la chiamavano anche “Talla”, termine molto generico che usavano per indicare un luogo costruito con coerenza urbanistica (riferito anche ad altre città della mesoamerica).

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Ciò che invece sappiamo con certezza di Teotihuacan è che, in poco tempo, divenne una delle città più grandi della mesoamerica precolombiana: per quanto non fosse strutturata in nazione (come le città-stato Maya) era una vera e propria potenza, anche in ambito economico e commerciale.
Le rotte commerciali erano vaste, così come l’attività di scambi e diplomazia con le altre città dell’epoca; in alcuni casi venivano firmati trattati che regolavano questi scambi, in altri casi gli abitanti di Teotihuacan controllavano direttamente le risorse delle città con cui venivano in contatto. Ad ogni modo il corpo diplomatico di Teotihuacan doveva essere nutrito, abile e molto “persuasivo”…

Sappiamo anche che gli architetti di Teotihuacan avevano cognizioni avanzate, come testimoniano la pianta a “scacchiera” della città ed i maestosi complessi del centro cittadino (le due piramidi, del Sole e della Luna, che si trovano lungo il Viale dei Morti sono le più grandi piramidi del centro America).
Sono stati ritrovati alcuni modellini in piccola scala che testimoniano il lavoro preparatorio degli ingegneri; si stima che per costruire tutti questi edifici occorsero circa 300 anni (e, se si pensa alla breve vita di questa civiltà, che non superò il mezzo secolo di esistenza, lo sforzo sembra ancora più notevole).
La città venne abbandonata, infatti, dopo circa 500 anni dalla sua costruzione, probabilmente in seguito a vari incendi (un’altra ipotesi, ormai minoritaria, vuole che sia stata annientata da nemici, probabilmente i Toltechi).

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Sappiamo anche che davano molta importanza all’arte, alla pittura ed all’artigianato, come dimostrano le molte pitture ed i manufatti ritrovati.
Nella divisione in caste della società (probabilmente le caste erano 4: governanti, sacerdoti; guerrieri; mercanti; artigiani, manovali) gli artisti occupavano il posto più alto al fianco dei sacerdoti e dei governanti. Non si sa che posto occupassero invece ingegneri, architetti e musicisti.
Un posto a parte avevano gli stranieri, che vivevano numerosi a Teotihuacan, suddivisi in vari quartieri a loro dedicati; si contano quasi 10 etnie conosciute tra i 250.000 residenti.

marcatorexpallaLa exposición -Teotihuacan. Ciudad de los dioses- mostrará piezas calificadas como obras maestras. Especial.

Per molto tempo gli studiosi credettero di avere a che fare con una civiltà pacifica. In effetti, sebbene la loro filosofia e religione (in parte ripresa dagli Aztechi) sull’armonia della natura e sul culto della madre Terra e del padre Tempo possa lasciarlo credere, viene presto scoperta la vena bellicosa degli abitanti di Teotihuacan.
I guerrireri ricoprono un ruolo importantissimo in questa società e non solo in quanto difensori della patria ma poichè rivestiti di un’aura quasi religiosa: l’animo di un guerriero è sempre legato a quello di un animale sacro che dona al guerriero le proprie caratteristiche e lo protegge (per questo motivo i guerrieri sono spesso rappresentati con fattezze animalesche).
Molto probabilmente i guerrieri di Teotihuacan andavano in giro per le Americhe a saccheggiare, annettere territori e far prigionieri (come dimostrano le sanguinarie usanze relative ai prigionieri di guerra, che vengono anche riproposte come celebrazioni religiose).

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Si ipotizza che la città fosse retta da un certo numero di persone, tipo oligarchia, e che queste persone risiedessero in un fastoso complesso residenziale accanto al Tempio del Serprente Piumato ma si ignora che tipo di casta governasse Teotihuacan: sacerdoti, intellettuali, burocrati, guerrieri?
Ognuna di queste risposte sembra plausibile per motivi diversi ma nessuna ipotesi prevale sulle altre.
Si tende invece ad escludere l’esistenza di un unico sovrano in quanto non sono mai state rinvenute tombe regali nè palazzi reali nel senso vero del termine.
Certo è che i governanti di Teotihuacan, chiunque essi fossero, hanno lasciato cadere l’oblio sulle loro vite: non un’iscrizione recante i loro nomi, non una tomba nè una leggenda che narri le loro gesta è pervenuta fino a noi. E’ plausibile che questa ricerca dell’anonimato fosse voluta e, in parte, imposta dal ruolo che essi ricoprivano.

Come i popoli mesoamericani di quel periodo, gli abitanti di Teotihuacan avevano nozioni avanzatissime di astrologia. Ne è prova il fatto che uno dei loro due calendari contava 365 giorni (con uno scarto di calcolo impercettibile rispetto al nostro, superato in esattezza solo da uno degli ormai famosi calendari Maya): era il calendario solare, che regolava i commerci, il lavoro e la vita di tutti i giorni.
L’altro calendario, quello divinatorio, contava 260 giorni: era il calendario che regolava le funzioni celebrative, somigliava vagamente a quello lunare (ma la corrispondenza non è poi così esatta) e presenta ancora molti misteri.

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La mostra presentata a Palazzo delle Esposizioni a Roma è davvero esauriente, soprattutto se si pensa a quante poche testimonianze questo popolo ci abbia lasciato di sè.
La mostra è divisa in 7 aree tematiche:
-Architettura e urbanistica
-Politica, economia e guerra
-I sacrifici umani
-Teologia e rituali religiosi
-Vita civile e sociale
-Artigianato e arte
-Relazioni con il mondo mesoamericano

Ovviamente non può mancare la spiegazione audio di Giacobbo che, da 4 televisorini posti nel salone centrale, illustra brevemente le tematiche della mostra (senza rovinare la sorpresa, per chi volesse guardare il video prima di addentrarsi tra i 7 saloni della mostra!)

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17 Nov 2010

L’Orgia di Praga

Posted by Emi. 4 Commenti

Più forte della spada? Questo posto è la prova che un libro è meno forte della mente del più arretrato dei suoi lettori

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E dopo “Ho sposato un comunista”, “La macchia umana” e “Il fantasma esce di scena” ecco un altro libro dello scrittore che mi ha accompagnato per tutto il 2010 (e spero anche negli anni a venire!)… Philiph Roth.

Quando studiavo Kafka, la sorte dei suoi libri in mano ai kafkologi mi sembrava più grottesca della sorte di Josef K.

Interverrò poco, preferisco lasciare il più possibile sole le citazioni. Devono essere loro a parlare, è giusto così. Forse questo è il libro più citabile di Roth (almeno di quelli che ho letto), certamente il più corto. Probabilmente il più importante ed evocativo per la tematica che viene affrontata.
Praga, Kafka, rivoluzione comunista, spionaggio stile “Le vite degli altri”, discorsi su amore e scrittura, un personaggio estroso come guida della città e… sesso, tanto sesso (almeno a parole, sappiamo infatti che Zuckerman, al momento della resa dei conti…). E, ovviamente, Praga.
Si, so di averlo già scritto ma volevo rimarcarlo. Praga è la protagonista assoluta di questo libro e, forse, il motivo per cui l’ho amato così tanto.

Voi americani ragionate in termini di un anno o due; i russi ragionano in termini di secoli. Sanno istintivamente di vivere in un tempo lungo, e che il tempo gioca a loro favore. Lo sanno nel profondo e hanno ragione. La verità è che, con il passare del tempo, la popolazione si rassegna lentamente al proprio destino. Sono passati otto anni.

Zuckerman riceve una strana visita dalla vecchia Europa: un giovane scrittore ebreo e una meno giovane attrice ceca (sospettata di essere ebrea a causa dei ruoli interpretati in teatro) che il comunismo sovietico ha scacciato dalla Praga natale.
In un dialogo tra il surreale e il teatrale, Zuckerman si fa convincere dal collega europeo a volare a Praga con la scusa di ritirare un manoscritto che la ex moglie dello scrittore ceco, l’affascinante e ninfomane Olga, ha sequestrato.

Ormai siamo tutti compagni. Venga all’orgia, Zuckerman… Vedrà l’ultima fase della rivoluzione.

Si dice che repressione dei costumi sociali corrisponde a liberalità dei costumi sessuali. Lo dice Zuckerman, lo dice lo scrittore praghese… Lo dice Bolotka, ex intellettuale (ora custode del museo) che trascina il nostro protagonista da un bordello a un festino (avviso ai naviganti: tranquilli, niente bunga bunga!).
Per quanto ci riguarda, questa Praga assediata dai russi è sensuale certamente, anche se la cosa più strana sia il fatto che Zuckerman sembri a suo agio con gli argomenti di stampo sessuale (in genere è un pò represso, chi lo conosce sa perchè).

“Tu perchè sei a Praga? Stai cercando Kafka? Tutti gli intellettuali vengono qui a cercare Kafka. Kafka è morto. Dovrebbero cercare Olga.

Kafka è un tema ricorrente in questo libro ma la ricerca delle sue tracce evita di tramutarsi in un pellegrinaggio, così Zuckerman può- se non altro- godersi la città e le mille attrattive che offre… La seducente (e ninfomane: lo so che l’ho detto ma è bene sottolinearlo) Olga è certamente l’attrattiva principale (anche se non per il nostro eroe per i motivi che sappiamo!)

Due camerieri in giacche bianche un pò sporchicchie, vecchi e lenti, servono una cinquantina di tavoli. Poichè, come dice Olga, metà del paese è occupata a spiare l’altra metà, è probabile che uno dei due lavori per la polizia

Si, “Le vite degli altri” è un filmino ricordo della gita degli scout, se confrontato a questo libro ma qui c’è una paranoia surrealista che sfiora l’assurdo in un modo tale da riuscire a far sembrare ironiche le situazioni più disperate.
(In più di un momento ho immaginato Zuckerman col volto di Leslie Nielsen in “Una pallottola spuntata”… E questo è un merito per Leslie, più che per Zuckerman!)

Quando arrivo al museo, Praga mi sembra una città che conosco da una vita. I tram antiquati, i negozi vuoti, i ponti anneriti dalla fuliggine, i vicoli coperti e le strade medievali, la gente in uno stato di impervia pesantezza, le facce ingessate dalla solennità, facce che sembrano in sciopero contro la vita…
…Qui, dove la cultura letteraria è tenuta in ostaggio, l’arte della narrazione fiorisce oralmente. A Praga le storie non sono semplici storie; è quello che hanno al posto della vita. Qui, non potendo essere altro, gli ebrei sono diventati le loro storie. Narrare storie è la forma che ha preso la loro resistenza contro le coercizioni delle autorità costituite.

Questa descrizione di Praga come città culturale non è una riflessione da scrittore: è il sottile solco della matita di un eccelso ritrattista. Era ovvio che fosse un ebreo a delinearlo ma… dovevamo proprio aspettare un americano?

Non farti intenerire dal complesso del martirio. E non dare tanto credito alla polizia segreta. Certo che il portiere è uno sbirro. In quell’albergo lo sono tutti. Ma i poliziotti sono come i critici letterari: di quel poco che vedono fraintendono la maggior parte. Anzi: sono i critici letterari. La nostra critica letteraria è critica poliziesca.

L’ho detto fin dall’inizio che Bolotka è un personaggio con i contro cosiddetti… Il mio preferito!

Quando una mattina Nathan Zuckerman si svegliò da sogni inquieti scoprì di essersi trasformato nel suo letto nell’uomo che spazza i pavimenti di un caffè della stazione. Ci sono petizioni da firmare o non firmare; ci sono domande a cui si deve rispondere o non rispondere; ci sono nemici da disprezzare, ci sono amici da consolare, la posta non gli arriva, il telefono non glielo danno, ci sono delatori, rotture, tradimenti, minacce, c’è persino- per lui- una strana forma di libertà…

Ha fatto la battuta! Questa volta si è fatta attendere ma ne è valsa la pena! Zuckerman non è famoso per il suo senso dell’umorismo, certo, ma quando scherza la sua ironia sconfina piacevolmente nel sarcasmo.
Kafka, spionaggio, degrado degli intellettuali… qui c’è tutto. L’attesa è durata 70 pagine ma quest’osservazione le vale tutte…
(Si riferisce alla paura di non poter tornare negli USA e di dover rimanere a Praga a fare un lavoro umile come tutti gli intellettuali suoi colleghi. E, ovviamente, all’inizio de “La Metamorfosi”. Ma non pensiamoci troppo e godiamoci lo scherzo!)

Zuckerman, l’agente sionista- dice, e mi restituisce il passaporto americano- Un onore, mi informa, averla avuta come ospite, signore. E ora si torna al piccolo mondo dietro l’angolo.”

Altri libri su Zuckerman prima di vederlo varcare la frontiera della dogana: Lo scrittore fantasma, Zuckerman scatenato, La lezione di anatomia, La controvita.

Swissair… la più bella parola della lingua inglese.
Eppure ti manda in bestia essere buttato fuori, quando la paura ha cominciato a passare. “Cosa potrebbe attirarmi in questo paese desolato- Dice K.- se non il desiderio di stare qui? Qui, dove non ci si perde in fesserie sulla purezza e sulla bontà, dove non è così facile discernere la divisione tra l’eroico e il perverso, dove ogni tipo di repressione fomenta una parodia della libertà e la sottomissione alla loro storica sfortuna genera nelle sue vittime fantasiose queste forme clownesche di umana disperazione. Qui dove si tiene a ricordare ai cittadini (casomai qualcuno si mettesse in testa idee bislacche) che il fenomeno dell’alienazione non è approvato dall’alto


31 Ott 2010

Il Palazzo della Mezzanotte

Posted by Emi. 5 Commenti

Ma la linea che separa i sogni dagli incubi è sottile come un ago e ben presto le ombre del passato tornarono a presentare il conto…

zafòn

Cosa può esserci di meglio, nella notte di Halloween, di un racconto orrorifico? Soprattutto se questo racconto del mistero (con sottotrama spettrale) nasce dalla penna di un giovane Zafòn? (Si, non è un romanzo nuovo, è un racconto giovanile. Un altro. Si sa: Zafòn non butta via niente).

Dopo “L’ombra del vento” (il più bello!) non ho più scritto di lui ma ammiro Zafòn e li ho letti tutti: “Il principe della nebbia” (in una notte in pullman Catania – Roma, ma era passato troppo poco tempo dall’ultimo post su Zafòn così non l’ho mai incluso in questa raccolta); “Il gioco dell’Angelo” (letto durante un mese di trasloco fatto di trolley e metropolitana, ma non mi è piaciuto moltissimo e non l’ho incluso in questa raccolta); “Marina” (letto una notte in treno, Roma – Catania ma avevo abbandonato il blog seppur temporaneamente e non l’ho incluso in questa raccolta) e non ricordo che altro.
Questo però (letto in aereo, Roma – Catania – Roma… Zafòn è l’autore dei miei viaggi!) merita: onore al merito!

E’ curioso pensare come a volte i ricordi possano diventare incubi. Sento ancora la sua mancanza. Ti sorprende? Chi credi che sia tuo padre? L’uomo che vive nei miei ricordi o quest’ombra senza vita che hai di fronte? Cosa ti fa pensare che ci sia una differenza tra i due?

Una differenza tra questa storia e le altre che Zafòn ha scritto: questo libro non è ambientato a Barcellona nè, udite udite, in Spagna. Urrà.
La vicenda ha luogo a Calcutta. E, se scorrendo la trama riassunta in sovracoperta (o le prime pagine, che in questa edizione sembrano sinonimi), vi viene da canticchiare la sigla di apertura de “I gemelli del destino”… Beh: la metrica ha le sue regole e “Nella mitica Calcutta sono nati sai i gemelli del destino” non è esattamente un distico elegiaco.
Metrica a parte, però, la sensazione di familiarità (per chi conosce il cartone animato, almeno) può essere giustificata ma svanisce dopo poche pagine tra la pece delle notti indiane. I protagonisti sono sì gemelli, sì inseguiti da un misterioso uomo malvagio che vuole eliminarli e -sì- figli di due genitori che, nella loro umanità, hanno qualcosa di sovrannaturale ma non possiedono magici poteri (o almeno, Zafòn non ne fa cenno).

Maturare non è altro che il processo attraverso il quale si scopre che tutto ciò a cui credevi da giovane è falso mentre tutto quello a cui ti rifiutavi di credere in gioventù risulta vero

I gemelli del romanzo crescono separati proprio a causa di questo losco omicida che, dopo aver ucciso i genitori, fa la solenne promessa di perseverare nello sterminio dei  figli, all’epoca neonati. Così il maschietto cresce in un orfanotrofio (si, i maschi sono sempre sfigatissimi) e la femminuccia con la nonna materna.
Sfigati ma non troppo comunque in quanto, bellissimi e intelligentissimi (e simpaticissimi, come tutti i protagonisti dei romanzi di Zafòn) si costruiscono, alla fine, una vita niente male: lui fonda una società segreta con gli amici dell’orfanotrofio, società che mira a raccontarsi storie di paura e risolvere, eventualmente, qualche mistero e che ha come base un vecchio palazzo in cui si tengono le riunioni allo scoccare della mezzanotte (avete visto che non ci sono poi tutte queste somiglianze con “La società dei poeti estinti”, pignoloni?!?!?!). Mentre lei, nonostante un’esistenza zingara sempre in fuga di città in città, trova la sua ragione di vita negli scritti del padre defunto e i suoi amici nei personaggi dei racconti che il padre scriveva in gioventù.

La differenza tra un crimine e un’impresa di solito dipende dalla prospettiva dell’osservatore, Ben.

La tranquillità (si fa tanto per dire) delle loro vite viene sconvolta nel giorno del 16esimo compleanno, quando nonna e nipote si recano all’orfanotrofio dove Ben è cresciuto, l’assassino si rifà vivo, un treno investe Ben in sogno e i due gemelli scoprono di essere tali. Questo l’inizio di una vera e propria avventura che si snoda tra sovrannaturale, letteratura, storia del colonialismo e mistery-horror.

Chi sono i pazzi?- Chiese Jawahal- Quelli che vedono l’orrore nel cuore dei loro simili e cercano la pace a qualsiasi prezzo? O piuttosto quelli che fingono di non vedere quanto succede intorno a loro? Il mondo, Ben, è dei pazzi o degli ipocriti. Non esistono altre razze sulla faccia della Terra oltre queste due. E tu devi sceglierne una

Perchè l’assassino è sulle loro tracce? Perchè ha ucciso i loro genitori? Si tratta di un uomo, di uno spirito o di entrambi? Cosa c’entra, la sua voglia di uccidere, con i racconti scritti in gioventù dall’ingegnere Chandra, padre dei due protagonisti? E: devono per forza morire entrambi o uno solo deve morire perchè l’altro possa siopravvivere?
(No, non è un riferimento ironico a Harry Potter: Ben e gli altri vivono nel 1916 dunque non hanno letto “L’ordine della fenice” e, d’altronde, Zafòn ha scritto questo libro almeno dieci anni prima, dunque è al di sopra di ogni sospetto!!).
A prima vista sembrano queste le domande principali a cui Ben, sua sorella e gli amici della società segreta devono rispondere ma la verità non è sempre quella che ci viene raccontata e, quando le domande che ci poniamo sono ispirate a delle bugie, cambia anche il nostro modo di trovare delle risposte.
Credo che la menzogna, il gioco delle parti, la differenza tra realtà e apparenza siano i migliori colpi di scena in questa trama, comunque avventurosa e intrigante.
A differenza degli altri romanzi di Zafòn, le citazioni interessanti non abbondano e non si imprimono nella memoria; queste che ho usato le ho prese tutte dalla parte finale e vengono dette da un solo personaggio, Jawahal, il più interessante a mio parere ( a parte quando dice: “So che hai una sorella gemella, forse lei vorrà passare al lato oscuro della forza”. Quello è stato proprio un colpo basso).
Se dovessi essere chiamata a dare un giudizio lampo su questo libro direi che non è certo “L’ombra del vento” (ma quale altro libro di Zafòn potrà mai essere “L’ombra del vento”?) ma è più scorrevole de “Il gioco dell’angelo”, più esaustivo de “Il principe della Nebbia” e più maturo di “Marina”. Credo che, alla fine, lo consiglierei per i suoi ritmi serrati, il mistero e i colpi di scena ma credo anche che questo sia uno di quei libri che vanno presi tutti d’un fiato o l’effetto rischia di perdersi.

Pur nella penuria di citazioni me ne sono serbata una per il finale, come di consueto:

Più si va su’ e più dopo si ritorna giù

Scherzo.

Andai nei boschi perché volevo vivere con saggezza e in profondità, succhiando tutto il midollo della vita, per sbaragliare tutto ciò che non era vita e per non scoprire in punto di morte che non ero vissuto

E dai che rischerzo!

Luke, sono tuo padre

No, va beh… ora bastaaa!!!

Uno dei due deve morire perchè l’altro possa sopravvivere

Insomma! Non è carino accusare un grande scrittore come Zafòn di multiplagio!!!!!

E’ il potere del fuoco. Come la fenice, un poderoso uccello di fuoco sotto le cui ali crescevano le fiamme… Anche io sono rinato dalle mie ceneri e, come Catone, sono tornato per spargere il fuoco sul destino della mia stirpe e cancellarla per sempre

Ecco. Ora ci siamo. No, non è un altro scherzo: anche se sembrano parole pronunciate da un Voldemort ubriaco ne “L’ordine della fenice” questa è la citazione vera, lo giuro sul fuoco delle ceneri della fenice. Beh, che le citazioni non fossero il punto forte del libro l’avevo detto subito, mi pare….

(In questo periodo sono polemica con i miei amici in carne ed ossa, perchè non dovrei esserlo con quelli di carta, che sono i più cari?)


28 Set 2010

K.

Posted by Emi. 2 Commenti

Lascia dormire il futuro come merita: se lo svegli prima del tempo, otterrai un presente assonnato.

K. è un libro di Roberto Calasso del 2005 di cui qui propongo qualche estratto (e, dopo “Le nozze di Cadmo e Armonia”, ci sta).

kafka

Dopo “Le nozze di Cadmo e Armonia” ci sta anche un bel discorso su Odisseo (c’è anche Sancho Panza in bonus track) messo lì bello bello tra un Castello e un Processo ma sarebbe troppo lungo da riportare (e lungo ricondurlo a Kafka). Però sulla fiducia: quando Calasso parla di Odisseo sa quel che dice (e come dirlo).

“Davanti a tanti libri non so contenermi”

Tra il Castello e il Processo ci sono anche pagine meravigliose sui racconti (La colonia Penale soprattutto) e non si possono tralasciare le bellissime parole su La Metamorfosi (che è bellissimo già di per sè) e su Il Verdetto oppure ignorare l’analisi de Il disperso quando si chiamava Il disperso (molto interessante, sia l’analisi che il fatto che si chiamasse Il Disperso).

Tutto ciò è vero ma è inutile nasconderlo: questo libro si snoda sui due monumenti di Kafka, il Castello nella prima parte e il Processo nella seconda.

Eppure non è un libro sul Castello e sul Processo, come non lo è su Kafka. Forse è un libro sui pensieri che hanno portato Kafka al Processo e al Castello? Forse. Ci sono anche i diari, molti parallelismi tra le opere e i ragionamenti che Kafka esprime nelle lettere e nei frammenti che scriveva quotidianamente.

Direi, alla fine, che questo libro spiega come e in che misura Kafka fosse K., Joseph, Karl, Gregor e tutti gli altri (alla fine si torna sempre a Pirandello, non sia mai).

Tutto il libro sarebbe da citare perchè Calasso scrive cose sempre interessanti e toccanti, tutto il libro è una citazione perchè Calasso cita Kafka a man bassa; tutto il libro è citazione della citazione perchè Kafka, ogni tanto, si cita da solo (non era immodesto ma quello che scriveva era spesso la messa in bella copia di ciò che viveva e che, pertanto, scriveva sui suoi diari o nelle lettere agli amici).

Ragion per cui mi concentro solo su poche annotazioni riguardanti il Processo (non fosse altro che per ragioni affettive)…

“La sentenza non viene ad un tratto, è il processo che poco a poco si trasforma in sentenza

“Il tribunale ha molto a che fare con i ranghi sociali. Non è attratto dalla colpa del popolo. E’ nella borghesia, in questa classe metamorfica- che vuole e sa sostituirsi a tutto, imitare l’aristocazia e intridere il proletariato- che la colpa cresce rigogliosa…”

(della punteggiatura non sono certa, forse ha ricontrollato Calasso. Me lo auguro)

Un parallelismo tra il Diario e il Processo:

Diario del 2 novembre 1911: “Questa mattina per la prima volta da lungo tempo di nuovo la gioia al pensiero di un coltello che viene girato nel mio cuore”

Terz’ultima parte del Processo: “…mentre l’altro gli conficcava il coltello nel cuore e ve lo girava due volte”

(spero di non aver rovinato il gusto del finale a chi voleva leggerlo… Se è così accusate pure Calasso.)

Riflessioni di Kafka o Joseph si è perso nel tribunale durante il Processo?

“Nel mio appartamento c’è una porta a cui non ho mai fatto caso. Sta nella camera da letto, sulla parete che confina con la casa vicina. Non ho mai pensato niente in proposito, anzi non me ne sono nemmeno reso conto. Eppure è ben visibile, la parte inferiore è coperta dai letti, ma si spinge molto più in alto, quasi non è una porta, quasi è un portone. Ieri è stata aperta…”

Block e l’avvocato (a proposito dell’ebraismo in Kafka. Ci sarebbero da scivere pagine intere al riguardo. Calasso l’ha fatto, io non ancora. Kafka invece ha condensato tutto in un paio di scenette tra i due protagonisti di cui sopra, senza perdersi in tante parole. Non per niente è Kafka):

“Già entrando nella stanza da letto, Block non riesce a guardare l’avvocato, “come se la visione dell’interlocutore fosse troppo abbagliante perchè la potesse sostenere”.

Da questo punto in poi, ogni gesto assume una risonanza ulteriore, che è biblica, devozionale, rituale…

Block comincia a tremare… mostra di volersi inginocchiare sullo scendiletto di pelle.L’avvocato e il commerciante si scambiano queste battute:

“Chi è il tuo avvocato?”

“Lei!” disse Block.

“E, all’infuori di me?” chiese l’avvocato.

“Nessuino all’infuori di lei”

….

“E’ una professione di fede. Il suo modello è Mosè davanti a Yahweh” (commenta Calasso. E chiunque abbia amato il Processo non può che essere daccordo)


“Da un certo punto in avanti non c’è più modo di tornare indietro. È quello il punto al quale si deve arrivare”

Sul Castello invece viene scritta la parte più intensa e interessante (e lunga, quasi metà libro. E come poteva essere diversamente?). Calasso non spiega il Castello ma da’ sue interpretazioni (che sono interpretazioni di Calasso cmq, non del primo che passa per strada); a volte immediatamente condivisibili, altre volte su cui bisogna rimuginare prima di dare un parere, altre volte ancora su cui non si può che commentare “Se lo dice Calasso sarà vero” (e torniamo sempre a Ulisse e la relazione che questi aveva con Penelope ne “Le nozze di Cadmo e Artmonia”. Ma sono passati anni).

La conclusione di ogni tentativo di spiegare il Castello, però, la riporto e condivido:

“Ma potrebbe il Castello sopravvivere a una spiegazione totale di se stesso? Probabilmente no”

“Nella lotta fra te e il mondo asseconda il mondo”

“K.” non è un libro biografico ma poichè Kafka è la sua opera non lo si può leggere senza conosce la vita di Kafka (senza le opere neanche ma Calasso lo da’ per scontato. E anche io, nel mio piccolo). Per questo motivo, ogni tanto, Calasso smette di spiegare il Kafkanesimo e si intrattiene a disquisire sulla vita del nostro eroe, così, senza esplicitarli davvero, come se fossero aneddoti che tutti non possono fare altro che conoscere (magari fosse!).

La versione più “simpatica” di Kafka che Calasso ci fornisce arriva dagli ultimi giorni di vita, i primi della degenza:

“La sofferenza è l’elemento positivo di questo mondo, è anzi l’unico legame fra questo mondo e il positivo

“La tubercolosi si era dichiarata un mese prima… la malattia era l’amante definitiva, che permette di chiudere i conti precedenti. Il primo dei quali era l’idea del matrimonio, che lo torturava (e torturava Felice) da cinque anni… Soltanto lì riesce a sfuggire a tutto: alla famiglia, all’ufficio, alle donne. E sono le principali potenze che da sempre lo braccano. Inoltre è difeso dalla barriera della malattia. La quale, come per incanto, ora non mostra segni visibili. A un punto tale che Kafka sciverà a Oscar Baum: “D’altra parte  non mi sono mai sentito meglio, per quanto riguarda la salute”

(Non credo fosse sarcasmo, considerato il tipo che era Kafka ma mi chiedo che faccia avrà fatto Baum, che non era uno che stava proprio benissimo, a leggere quelle parole)

In fin dei conti vogliamo ricordarlo così: sereno dopo una breve ma intensa vita fatta da inquietudine interiore. E se è una malattia a dare serenità chi si può permettere di dare giudizi?

La chiusa non è meditabonda nè malinconica ma alquanto schietta: parlando del più e del meno scivola, tra le ultime pagine, questa frase:

“Brod, che riusciva a dare un tocco kitsch a qualsiasi cosa…”

E, diciamolo, a chi non è mai capitato di pensarlo (e quanti hanno saputo esprimerlo così bene?)

Oltre a “Le nozze di Cadmo e Armonia” (tra i miei preferiti di sempre!) ricordiamo anche Ka, Cento lettere a uno sconosciuto, La follia che viene dalle ninfe…

“Le zampine di Gregor ronzavano quasi, quando si avviò a mangiare. Le sue ferite dovevano del resto esser già rimarginate poiché non sentiva più nessun impedimento; n’era anzi stupito, e si ricordò che un mese prima si era fatto col coltello un piccolo taglio al dito, e che ancora due giorni innanzi la ferita gli doleva abbastanza. Sarei dunque ora meno sensibile? pensò, e già stava succhiando ingordamente il formaggio, verso il quale s’era sentito attrarre con violenza più che verso tutti gli altri cibi. A rapide boccate e con lacrime di soddisfazione divorò i legumi e la salsa; i cibi freschi invece non gli piacevano: non poteva neppure sopportarne l’odore e anzi trascinava un po’ lontano quelli che preferiva”

14 Nov 2009

Leggere Lolita a Teheran

Posted by Emi. 14 Commenti

Dicono che il privato è politico; non è vero, naturalmente. Anzi, al centro della lotta per i diritti politici c’è proprio il desiderio di proteggere noi stessi, di impedire al politico di intromettersi nella vita privata. Pubblico e privato sono legati da un rapporto di interdipendenza, ma ciò non significa che siano la stessa cosa. Il regno dell’immaginazione è come un ponte che li modifica di continuo l’uno rispetto all’altro. Il re filosofo Platone lo sapeva e così il nostro censore cieco; non c’è quindi da stupirsi che il primo obiettivo della repubblica islamica fosse quello di eliminare il confine tra i due ambiti, finendo per distruggerli entrambi.

Da alcuni giorni, per vari episodi di cronaca, i media ci ricordano di queste realtà in alcuni paesi islamici, ovvero mondi in cui donne e uomini passano per criminali se fanno qualcosa che, dalle nostre parti, è considerato normale o, addirittura, banale. Ogni tanto capita, che ce ne ricordiamo. Il che mi ha fatto ricordare che, mesi or sono, ho letto un libro che mi ha colpito come un mattone sulla testa, un libro che mi ha impressionato e mi è rimasto addosso molto a lungo.
Dovendo spiegare come mai questo libro ha esercitato su di me un’impressione così forte direi innanzitutto che è un libro che racconta di qualcosa che mi sta molto a cuore: la letteratura e l’amore per i libri. Secondo: è un libro che parla di donne e della difficoltà di esserlo in un contesto pazzesco come quello dell’Iran post rivoluzionario. Infine (ultimo ma non ultimo) un libro che parla di una civiltà e di vicende storiche che mi stanno a cuore e che, nel bene o nel male, sento vicine per tante ragioni.
Il post è forse il più lungo che abbia scritto… ho pensato di ridurre ma ci sono troppe parti da riportare, questo libro mi ha colpito davvero tanto….

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25 Set 2009

Un giorno da sommelier

Posted by Emi. 5 Commenti

Bianco come la purezza della razza ariana, deciso retrogusto teutonico racchiuso in preziose bottiglie il cui vetro è stato forgiato da sapienti artigiani nordici all’interno di robusti forni crematori, ecco sulle vostre tavole il Vino di Hitler! E se ne comprate tre bottiglie per voi in omaggio l’elegante coppa del Graal dalla quale sorseggiarlo…

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4 Ago 2009

Nel mondo di Dexter, Oscuro Passeggero

Posted by Emi. 11 Commenti

Uccidere mi fa sentire bene. Scioglie le tensioni nella mente oscura del caro Dexter. Un dolce senso di liberazione accompagna la necessaria apertura delle valvole del mio piccolo sistema idraulico. Mi piace quello che faccio, scusate se vi disturba… E non si tratta di uccidere e basta, naturalmente. Dev’essere fatto nel modo giusto, nel momento giusto, con il partner adatto… Molto complicato ma assolutamente necessario. E ogni volta… mi dà un senso di vuoto…

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15 Lug 2009

Il Fondamentalista Riluttante

Posted by Emi. 13 Commenti

"Chiedo scusa, signore, posso esserle d’aiuto? Ah, vedo che l’ho allarmata. Non si faccia spaventare dalla mia barba: io amo l’America…"

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24 Apr 2009

Una ragazza contro la mafia – di Sandra Rizza

Posted by Emi. 13 Commenti

"Come finisce la Sicilia? Io credo bene. Se i siciliani vogliono che la Sicilia torni pulita, loro possono farlo. Come ho fatto io questo passo di mettermi a parlare, lo possono fare pure loro. Io non ce l’ho con i partannesi, ce l’ho con le vedove dei partannesi. Loro a voi possono dire che non ne sanno niente, ma a Piera Aiello questo non glielo devono raccontare. Una donna lo sa sempre che cosa sta combinendo suo marito e suo figlio. Io stessa non avevo mai disturbato nessuno: e questo i signori che ho mandato in galera lo sanno. A me certuni di questi nemmeno mi conoscono: io sono stata disturbata personalmente"

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11 Apr 2009

2 anni!!!!!!!!!!!

Posted by Emi. 9 Commenti

Auguri al blog (regalatomi da un cugino per la pasquetta di 2 anni fa mentre io giocavo a rughby al parco delle farfalle)

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7 Apr 2009

A un giovane poeta (Perchè tutti abbiamo avuto un maestro…)

Posted by Emi. 8 Commenti

"Non potreste turbare con più violenza la vostra evoluzione che dirigendo il vostro sguardo all’eterno, che aspettando dall’esterno delle risposte che solo il vostro più intimo sentimento -nell’ora più deliziosa- sarà forse in grado di darvi…"

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28 Mar 2009

Il racconto dell’Ancella

Posted by Emi. 6 Commenti

Vorrei che questa storia fosse diversa. Vorrei che si svolgesse a un livello più elvato. Vorrei che mi facesse apparire, se non più felice, almeno meno esitante, meno distratta da cose banali. Vorrei che avessse una struttura più equilibrata. Vorrei che parlasse d’amore, o di improvvise percezioni importanti per la propria vita, o anche di tramonti, di uccelli, di temporali, di nevicate.
Forse parla anche di questo, in un certo senso; ma in una rete intessuta di bisbigli, di supposizioni, di segreti insondabili, di parole non dette, di movimenti sotterranei e misteriosi. E c’è tanto tempo da sopportare, pesante come cibo fritto o fitta nebbia; avvenimenti fiammeggianti come esplosioni, per strade altrimenti polverose, doverose, sonnolente…

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15 Mar 2009

Quel che resta del giorno

Posted by Emi. 6 Commenti

"Permettetemi di formulare la cosa in questo modo: la dignità, in un maggiordomo, ha a che fare, fondamentalmente, con la capacità di non abbandonare il professionista nel quale si incarna. Maggiordomi di minor levatura sono pronti, alla minima provocazione, a metter da parte la loro figura professionale per lasciare emergere la dimensione privata. Per simili personaggi, fare il maggiordomo è come recitare in una pantomima; basta  una piccola spinta, un lieve inciampo, ed ecco che la facciata cade scoprendo l’attore che c’è sotto. I grandi maggiordomi sono grandi proprio per la capacità che hanno di vivere all’interno del loro ruolo professionale e di viverci fino in fondo; sono individui che non si fanno sconvolgere da aventi esterni, per quanto sorprendenti, allarmanti o irritanti questi possano essere. Essi portano su di sé la loro professionalità allo stesso modo in cui un vero gentiluomo porta l’abito che indossa, e cioè senza consentire alle circostanze di strapparglielo di dosso davanti agli occhi di tutti; sarà egli stesso ad abbandonarlo quando stabilirà di farlo e soltanto allora, cosa che invariabilmente accadrà quando egli sarà rigorosamente solo."

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6 Nov 2008

Come Diventare Buoni

Posted by Emi. 15 Commenti

L’impressione che ho ora è che essere umani sia in sè già abbastanza drammatico; vale per chiunque: non c’è bisogno di essere un eroinomane o un poeta da reading per vivere situazioni estreme. Basta amare qualcuno…

O non amarlo eccessivamente nonostante sia tuo marito… Se una donna arriva a tradire il proprio uomo non lo ama del tutto o lo ama meno che un tempo. Questo è il punto di partenza del libro: la protagonista ha un marito che, a suo tempo, trovava intelligente e sarcastico ma che ora trova odioso, cattivo e lamentoso. In effetti David ci mette tutto il suo impegno a farsi detestare dalla moglie ma questa va ben oltre la cordiale antipatia quotidiana e, con buona pace delle sue "buone" intenzioni di moglie e madre si lascia ammaliare da una storia con un collega, il quale la prende troppo seriamente nonostante le intenzioni fuggevoli di Katie.
Così inizia il libro: una conversazione telefonica tra Katie e David, che discutono sull’opportunità del divorzio, mentre lei si trova in uno "squallido parcheggio di Leeds" e lui ricorre all’ancor più squallido ricatto dei figli e degli amici: se la moglie continua a chiedere il divorzio David promette di far passare lei per la cattiva ponendosi come povera vittima. (A questo punto compiango i loro figli: i veri poveretti mi sembrano loro…)

Ma non è il divorzio di questi due personaggi, un pò mentecatti ma alla fine simpatici perchè ironici e confusi, ad essere al centro della vicenda bensì il concetto della bontà, pretesa e ostentata o nascosta e ignorata. Katie è un medico dunque si è sempre posta tra i buoni del mondo: borghese e benestante, certo, ma pur sempre dedita al bene, guaritrice, convinta che le scartoffie che riempie al pronto soccorso ed i pareri medici che svogliatamente elargisce siano il manifesto della sua bontà.

 

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24 Ott 2008

Se le lezioni fossero tutte così…

Posted by Emi. 9 Commenti

Tra i tanti film che ho visto in questo periodo "Lezione Ventuno" è quello che più mi ha colpito, e non poteva essere diversamente dato che il regista è uno scrittore molto stimato e amato dai più (anche a me piace ad ogni modo). Alessandro Baricco, nel suo primo film da regista, riprende un personaggio del suo libro "City" (il mio preferito dei suoi): l’eccentrico professore Mondrian Kilroy, in questo film rievocato attraverso i nostalgici ricordi dei suoi ex alunni.
La lezione che i suoi alunni ricordano con più piacere è, appunto, la 21, che riguarda la Nona di Beethoven: un capolavoro o un’opera "commerciale" sopravvalutata? Una composizione nata da un periodo di crisi o un tentativo di un’artista fuori moda di ritornare in auge? Fu presentata durante una serata trinfale o fu accolta tiepidamente dato che era musica vecchia già allora? Se il "Van" ha circondato di parole questa Sinfonia (cosa all’epoca inconsueta) è stato per creatività, dissenso o protesta?
A queste domande cerca di rispondere il film attraverso due storie che si intrecciano e che solo alla fine si ricongiungono: il rapporto tra il professore e i suoi alunni che lo rievocano (specialmente Marta, vagamente attratta da lui e in particolare confidenza con il vecchio dato che aveva l’onore di accompagnarlo nei vari bordelli in quanto automunita) e quella di un musicista che venera Beethoven il quale finisce a lavorare in un paese di pazzi che cercano di preparare una stranissima festa paesana. A intervallare questi intrecci diverse interviste, molto surrealiste, a personaggi che molto probabilmente pretendono di aver assistito alla prima della "Nona" e sputano i loro commenti tra un pasticcino, un nudo ed un uccello impagliato tra i capelli.
Certo: chi va al cinema convinto che il film sia una trasposizione di City rimane sorpreso e sorpreso rimane chi si siede davanti allo schermo pensando di assistere alla biografia del grande musicista (come "Amadeus" per capirci) ma, almeno per quanto mi riguarda, è una sorpresa piacevole. Un film "non per tutti" forse, ma -a mio avviso- "per molti".
Il surrealismo un pò insensato c’è (più o meno come quello che Baricco mette nei suoi libri ma sullo schermo è molto più colto e raffinato) ma non manca un intreccio che si segue senza particolari difficoltà, dunque comprensibile a tutti.
A mio avviso Baricco dovrebbe continuare a dedicarsi al cinema, senza posare la penna, certo ma se fossi in lui rifletterei sull’opportunità di una svolta cinematografica…
Questo film racchiude i lavori "di carta" di Baricco, secondo me andando anche oltre la sua prosa: ha la poesia di "Seta", l’inafferabilità di "Oceano Mare", la linearità di "Novecento" e l’originalità intellettuale di "City". Più che un riassunto dei suoi romanzi a me è sembrato un manifesto del modo che Baricco ha di concepire le arti e l’ho davvero apprezzato.

Sicuramente, se mi è piaciuto così tanto, il merito è anche dei paesaggi, dell’atmosfera, del fatto che sia una coproduzione italo inglese (amo il cinema inglese!!!) e del cast internazionale: John Hurt (V per Vendetta, Profumo, Contact…) è il professore, Noah Taylor (il pianista di Shine) è il musicista protagonista della storia parallela, Natalia Thena ("Tonks" di Harry Potter!!!!) è un’artificiera del paese dei sogni assurdi, Phillida Law (la mammadi Emma Thompson: "Emma", "L’ospite d’inverno", "Molto rumore per nulla"…) nella parte della anziana saggia, Clive Russell (Fatherland!) nei panni del borgomastro dello strano paese incantato e incastrato… Anche gli altri sono stati bravi ma questi sono degli attori che mi piacciono molto e trovarmeli tutti in un film di Baricco…
Insomma: se tutti i film italiani fossero così il nostro cinema non avrebbe problemi (ma per fortuna i film belli quest’anno sono molti!!!)

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29 Set 2008

Wilde – The Movie

Posted by Emi. 10 Commenti

"Il mondo è lo stesso per tutti noi e bene e male, peccato e innocenza, lo attraversiamo tenendoci per mano. Chiudere gli occhi di fronte a metà della vita per vivere in tranquillità è come accecarsi per poter camminare con maggior sicurezza in una landa disseminata di burroni e precipizi"

Uno dei miei primi amori, Oscar Wilde! Forse non parlerò proprio di un libro (ma di un film su un grande scrittore) cmq spero che voi sia lo stesso! Mi è venuta voglia di parlarne perchè ieri ho visto questo film per l’ennesima volta e non posso rimanere in silenzio.

"Vi è solo una cosa al mondo peggiore del far parlare di sé, ed è il non far parlare di sé"

 

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18 Set 2008

Memorie di una geisha

Posted by Emi. 14 Commenti

"Tante cose erano cambiate nella mia vita, persino il mio aspetto fisico; eppure, quando liberai quella falena dal suo sudario, vidi che era la stessa graziosa creatura del giorno in cui l’avevo sepolta…"

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16 Set 2008

Vampiro ballerino di Romània

Posted by Emi. 5 Commenti

    So bene che questo è il mio scaffale dei libri e qui si postano recensioni ma il mio impegno per l’anno nuovo è postare anche qualche pensiero e/o sfogo, tanto per non dare la falsa impressione che io viva nelle cantine di Massenzio…

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17 Ago 2008

Quel fantastico Giovedi’

Posted by Emi. 11 Commenti

C’è gente che dirà che questo racconto è inventato di sana pianta ma una cosa non è necessariamente una bugia, anche quando non è necessariamente accaduta..

Che gli eventi di quel fantastico giovedi siano o meno accaduti realmente, in effetti, ha ben poca importanza. La cosa che conta è che ce l’ho fatta a tornare e se devo essere sincera è stato grazie anche a chi mi ha scritto esortandomi a riprendere le recensioni (perchè i libri, nonostante il mio silenzio, non li ho mai abbandonati). Ho scelto questo libro perchè mi è sembrato un invito a sbloccarsi da una situazione di stasi interiore e perciò rispecchia questo momento solo che, invece di un fantastico giovedi, io torno in un fantastico sabato notte.
Grazie a voi che mi siete stati vicini!!!!

Questo racconto è, per l’autore, una buona occasione per tornare a Cannery Row (o "Il Row", come i lettori di Steinbeck conoscono il colorito quartiere) e per fare rivivere i luoghi, i colori e le atmosfere di uno dei suoi primissimi romanzi. Uno dei suoi primi romanzi che, fin dalle primissime pagine di questo "fantastico giovedi" è oggetto di tenero ricordo da parte dell’autore quanto di satira, che sa un pò di autocritica e critica nei confronti dei propri critici (che bisticcio!!!); l’incipit infatti comunica la tenerezza della nostalgia del grande scrittore nei confronti di quel se stesso ingenuo ed alle prime armi nonchè una grande capacità di ironica e sportiva autoanalisi, un modo di accettare, seppur con un sorriso beffardo, alcune critiche che gli sono state rivolte in gioventù.
Le prime due pagine di "Quel fantastico giovedi" infatti, si aprono con un dialogo che non c’entra molto con la vicenda di per sè (anche se ha a che fare con il romanzo nel suo stile narrativo) e hanno per protagonisti due personaggi non proprio centralissimi o per meglio dire: le considerazioni stilistiche di due personaggi di "Quel fantastico giovedi" che, per l’occasione di questo prologo, vestono i panni dei lettori comuni del "Cannery Row" di cui più sopra.
Mack non è un certo il prototipo dell’intellettuale ma è lui a tenere banco in "Quel fantastico giovedi" con le sue considerazioni e critiche rispetto al romanzo giovanile di Steinbeck in una discussione arguta e ironica i cui contenuti ogni scrittore dovrebbe tenere sempre presenti:

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13 Giu 2008

Gomorra

Posted by Emi. 24 Commenti

Iniziò a subentrare un senso di colpa. Chissà a cosa avevo partecipato, senza decisione, senza una vera scelta. Dannarmi sì, ma almeno con coscienza. Invece ero finito per curiosità a scaricare merce clandestina. Si crede stupidamente che un atto criminale per qualche ragione debba essere maggiormente pensato e voluto rispetto a un atto innocuo. In realtà non c’è differenza. I gesti conoscono un’elasticità che i giudizi etici ignorano

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3 Giu 2008

Tutto il pane del mondo

Posted by Emi. 29 Commenti

Non riesco a immaginare in quale modo resisterò dovendo convivere con questo grasso fino a quando non lo perderò. Devo ritrovare immediatamente il mio solito peso. Anzi, devo perdere due chili. Non mi consola affatto essere sottopeso di almeno venti chili.


La vita di Fabiola De Clerq è fuori dall’ordinario per molte ragioni: la sua infelice infanzia, l’essere cresciuta tra tre diversi paesi, l’aver provato a risolvere i suoi problemi (estetici ma prima di tutto interiori) rifugiandosi in un disturbo alimentare ed infine l’essere divenuta un’anoressica diversa dalle altre, come anche i suoi dottori asseriscono.
La protagonista di questa storia, un’autobiografia breve ma significativa, oscilla tra anoressia e bulimia per quasi vent’anni senza mai negare per un solo istante il suo problema; è questo che la rende diversa dalle altre donne afflitte da disturbi del comportamento alimentare ed è questo che le permette di poter raccontare la sua storia in modo lucido e distaccato nonostante la guarigione si intraveda solamente da lontano.

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19 Mag 2008

Cittadina di seconda classe

Posted by Emi. 30 Commenti

Tutto era iniziato come un sogno. Sapete, quel genere di sogno che sembra aver avuto origine dal nulla, ma della cui esistenza si è sempre coscienti. Lo si poteva sentire, si poteva esserne guidati; inconsciamente dapprima, finchè divenne una realtà, una Presenza…

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27 Apr 2008

1 A-N-N-O !!!!!!!!!!!!!

Posted by Emi. 11 Commenti

 
Tanti auguri a te
tanti auguri a te
tanti auguri al Bloog
tanti auguri a te
!!!!!!!!!
 
Un anno!!!!!!!!!
 
Non lo avrei mai creduto! 
 
Sono in vacanza alle Eolie con il mio amore
(non x festeggiare il blog ma
brinderò anche alla sua!)
quando torno vi aspettano……….
 
………..altri post!
……….altri libri!!!!!
…………..altre storie!!!!!!!
………………..altri personaggi!!!!!!!!!!
………………altre citazioni !!!!!!!!!
 
A PRESTO! 
 
§§§Emi§§§ 

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22 Apr 2008

Avevo 12 anni, ho preso la mia bici e sono partita per andare scuola

Posted by Emi. 21 Commenti

"…Ero sopravvissuta ed era difficile per gli altri genitori vedermi lì, piantata per terra, davanti a loro. Quando sopravvivi a un massacro, anche vivere non è facile…
Non ero una piccola bambina morta. Avevo vent’anni ed ero viva, non potevo scusarmene in eterno. Né tacere su ciò che avevo vissuto…
"

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9 Apr 2008

Il Cabalista di Lisbona

Posted by Emi. 24 Commenti

"…Questo è l’anno cristiano 1506, non l’anno ebraico 5266. E, caro Berekiah, è ora di regolare l’orologio prima che sia troppo tardi. Accetta il calendario cristiano prima che il tempo ti sfugga tra le mani"

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31 Mar 2008

Frida Kahlo

Posted by Emi. 29 Commenti

"Di quell’agonia senza fine qual è stata la mia vita, direi: sono stata un uccello che avrebbe voluto volare e non poteva… E non può accettare il suo sgomento. Tanto più che, istintivamente, per un riflesso incontrollato che parte dal plesso solare, irradia il sistema muscolare e nervoso, esso tenta di sollevare la punta dell’ala, e spiegare il ventaglio delle sue piume. Lo slancio vitale è lì. Il corpo non risponde. Le ali, tremanti, non potendosi aprire, ricadono pesantemente a terra"

Frida ha diciassette anni quando un incidente aggrava la sua situazione fisica costringendola a infiniti mesi di immobilità a letto: claudicante fin da piccola, quell’incidente l’avrebbe portata a non poter più muoversi senza protesi alle gambe, a non poter più stare seduta senza un busto. Fino a quel momento era una normale studentessa di medicina: viveva in una grande casa azzurra con un padre tedesco intellettuale, una madre devota al cattolicesimo e varie sorelle; frequentava una delle scuole più esclusive perché la sua intelligenza precoce aveva spinto la famiglia a scommettere sulla sua carriera di medico investendovi le ultime risorse finanziarie. Frida aveva un ragazzo, Alejandro, con cui passeggiare e parlare di libri, arte e musica. Una brusca frenata di un autobus, però, fa sì che la vita di Frida cambi in un momento..
     Frida nasce a Coyoacan nel luglio del 1907 (o del 1910? C’è un piccolo mistero in proposito ma ha ben poca importanza!!!) ma come pittrice nasce diciassette anni dopo, in un letto a baldacchino che, sul soffitto, ha fissato un enorme specchio. Sono infatti la malattia, la paralisi, la certezza che non potrà mai tornare ad essere (o diventare?) una ragazza come tante altre che regala al Messico ed al mondo intero una delle più brave ritrattiste del Novecento. Soprattutto, però, è quel grande specchio fissato sopra di lei, che la costringe a confrontarsi ventiquattro ore al giorno con la sua immagine, a trasformare la ragazza nella pittrice, avvenente e "baffuta" specializzata in autoritratti.

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7 Mar 2008

La Ragazza Interrotta

Posted by Emi. 23 Commenti

…Ed è facile scivolare in un universo parallelo. Ce ne sono tanti: mondi di pazzi, criminali, storpi, moribondi, forse anche di morti. Sono mondi paralleli a questo e gli somigliano ma non ne fanno parte… Molti ricorderanno il film "Ragazze Interrotte" con W. Ryder, W. Goldberg ed A. Jolie; questo è, ovviamente, il libro da cui è stata tratta la vicenda, la storia di una giovane che, a un certo punto della sua vita, si trova a fare i conti con un mondo interiore devastato e devastante, quello della cosiddetta pazzia, che lei definisce "l’universo parallelo", un universo che facilmente sconfina nella cosiddetta "normalità", interrompendo la nostra percezione del tempo e della realtà, il nostro cammino nella vita.

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25 Feb 2008

Blog Awards

Posted by Emi. 11 Commenti

No, non è il titolo di una recensione ma un premio per blog (come giustamente suggerisce il nome!!!)
Spero di aver seguito bene la procedura! Copio e incollo qui il regolamento:

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20 Feb 2008

Achille Pie’ Veloce

Posted by Emi. 22 Commenti

…Grandi editori, mangiate e bevute, commerci e mercimonio di libri. Ma a Ulisse tutto questo non faceva più nessun effetto. Non pensava più al secondo libro, e trascurava i suoi scrittodattili. Quello che gli interessava era capire il segreto di Achille, il tempo della sua scrittura, il luogo oscuro e nascosto che lui cercava. Il pane caldo di ogni idea e racconto e sonno. Il luogo in cui era nata la scena d’amore tra Lello e Pilar. Un’isola da scoprire, a cui tornare, a cui essere fedeli…

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10 Gen 2008

Amabili Resti

Posted by Emi. 19 Commenti

"Chi sei tu?" Si sorprese a chiedere "Da dove sei venuto?"
Guardai mio padre e mio fratello. La verità era molto diversa da quella che ci insegnavano a scuola. La verità era che la linea tra i vivi e i morti, a quanto pareva, poteva essere opaca e sfumata… Soli, pensai, sulla Terra come in Cielo

Un delitto: lo stupro e l’omicidio di una ragazzina. Un’indagine condotta da un padre disperato nel tentativo di incastrare il colpevole contro il buon senso del detective che non ha prove per incastrare il sospettato. Questo è un giallo, in effetti ma ha una particolarità: viene narrato dalla voce della vittima. E’ Susie, la ragazza barbaramente uccisa, che racconta in prima persona della sua morte atroce ad opera (lo scopriamo nel giro di tre pagine) di un individuo squilibrato e solitario intorno al quale si addensano molti misteri ("Un po’ strano -Pensa del sospettato il freddo e razionale, almeno nella professione, detective Fenerman- Ma non basta a fare di lui un assassino).
Questa storia, però, non è solo un thriller imperniato sulle indagini di un acuto detective che fa irruzione in una famiglia sconvolta dal lutto: questa è una storia di amori e amicizie, un racconto di come vivi e morti possano entrare facilmente in sintonia, una vicenda familiare molto intensa.

Qualche ora prima che morissi, mia madre aveva attaccato allo sportello del frigorifero un disegno fatto da Buckley. Nel disegno, una spessa linea blu separava il cielo dalla terra. Nei giorni che seguirono, osservai la mia famiglia passare e ripassare davanti a quel disegno e mi convinsi che quella linea blu fosse un posto realmente esistente: un Luogo di mezzo, dove l’orizzonte del Cielo incontrava l’orizzonte della Terra. Volevo andare lì, nel blu fiordaliso della Crayola, nel blu oltremare, nel turchese, nel cielo

Questa storia racconta soprattutto di una famiglia, dei suoi problemi, del lutto che deve affrontare e di come ogni componente reagisca in modo diverso alla perdita di una figlia, di una sorella, di una nipote. C’è la sorellina geniale, carina, amata e vezzeggiata che deve diventare donna nonostante, in lei, tutti vedranno solo il riflesso della sorella morta; c’è il fratellino piccolo, per età naturalmente più portato alla percezione dei fantasmi e di una realtà sovrannaturale, che dovrà crescere in una casa avvolta dal silenzio e dal lutto; c’è il padre cocciuto, che ha un’intuizione che vuole a tutti i costi seguire e che impronta un’indagine parallela, alla faccia della polizia e del detective Fenerman che non sa come credere ai suoi sospetti; c’è la madre, che ha abbandonato ogni sogno ed aspirazione ad una vita propria per crescere i figli e che vuole riscoprire il suo essere donna quando la morte della figlia maggiore le ricorda quanto breve sia la vita e fuggevoli le nostre aspirazioni. Infine c’è la nonna: donna vanesia e invadente che i nipoti non possono sopportare, madre alcolizzata di cui la figlia si vergogna, suocera bislacca di cui il genero teme le pazzie; una nonna originale la cui "Partecipazione ebbra ma di gran sostegno morale" si rivelerà essenziale per questa famiglia frantumata.

Il giorno di Natale, i miei l’avrebbero passato meglio in cielo. Nel mio Cielo, il Natale era una ricorrenza poco sentita. Qualcuno si vestiva di bianco e fingeva di essere un fiocco di neve, nient’altro

Benché non perda, da lassù, nessuna delle vicende che riguardano la sua famiglia, Susie ha una nuova vita da vivere, un nuovo mondo da scoprire. Il suo "Cielo". Non un paradiso, non un regno incantato ma un mondo della mente, in cui siamo noi a decidere cosa fare e dove andare, cosa vedere e chi incontrare. Un mondo dapprima solitario perché vasto solo quanto la mente umana può esserlo ma nel quale sono previsti anche divertimento, socializzazione, amicizia e, per quanto possa sembrare strano, rabbia e vendetta:

"Come commettere il delitto perfetto" era un vecchio gioco che si faceva in Cielo. Io sceglievo sempre il ghiacciolo, un’arma che si scioglie

I brani sul cielo ed i suoi strani e impalpabili abitanti sono forse la cosa più originale di questo libro.

Mi piacerebbe dirvi che qui è bellissimo e che anche voi un giorno sarete qui, salvi per sempre. Ma questo Cielo non ha niente a che fare con la salvezza… Qui ci divertiamo.

In questo cielo, però, i nuovi arrivati possono avvantaggiarsi dell’esperienza di una guida; la guida di Susie è Franny, una donna vestita di blu che sembra conoscere il suo assassino ma soprattutto il modo per smettere di provare nostalgia per il passato e riconsegnare, gradualmente, il mondo dei vivi ai vivi, per andare avanti:

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6 Dic 2007

Amrita

Posted by Emi. 37 Commenti

La velocità non ammette sentimentalismo. Gli spiriti sono molto più egoisti e indipendenti da noi. Non sono così servizievoli. Soprattutto se da vivi erano dispettosi e viziati come possono diventare di colpo gentili e disponibili? Possono anche proteggerci, ma non per questo di trasformano in santi.

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25 Nov 2007

Invisible Monsters

Posted by Emi. 28 Commenti

Non fare quello che vuoi. Fai quello che non vuoi. Fai quello che sei allenata a non volere. Fai le cose che ti spaventano di più… Lo faccio solo perché è l’errore più grande che penso di poter fare. E’ stupido e distruttivo. Ecco perché devo andare fino in fondo. Perché siamo stati educati a vivere la vita nel modo giusto. A non fare errori… Mi dico che più grande sembra l’errore, e migliori possibilità avrò di essere libera e di vivere una vita vera…

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4 Ott 2007

Oceano Mare

Posted by Emi. 32 Commenti

Ci ho messo anni a scendere fino in fondo al ventre del mare: ma quel che cercavo l’ho trovato… E´ uno specchio, questo mare. Qui, nel suo ventre, ho visto me stesso. Ho visto davvero. Io non so. Se avessi una vita davanti a me- io che sto per morire- la passerei a raccontare questa storia, senza smettere mai, mille volte, per capire cosa vuol dire che la verità si concede solo all’orrore.

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12 Set 2007

Il Prezzemolo Sul Davanzale

Posted by Emi. 18 Commenti

…Era una tale avventura che non dovevo affatto cercarmi il divertimento. Mi si offriva da sè, in tutto… Ogni porto voleva dire fascino ed eccitazione dell’inesplorato. La vita era più che dolce: era traboccante di ricchezza…

Il titolo originale, Over My Dead Body è stato cambiato con una frase più leggera che si riferisce al finale per non dare la falsa illusione di un giallo. Il romanzo- biografico- di June Opie è una storia di forza ed orgoglio raccontata con autoironia ed humor nonostante l’argomento non sia allegro. Leggendo la trama potreste pensare che è un libro tragico ma vi assicuro che il risultato finale non lo è affatto, sia per il modo frizzante ed intelligente con il quale la protagonista racconta, sia per certe situazioni paradossali, equivoci e "qui pro quo" ma soprattutto per i personaggi che incontriamo e che, qualunque sia la loro estrazione sociale, il loro carattere o mestiere, hanno una caratteristica che parla già da sola: sono londinesi, ovvero rigidi e con un senso dell’humor molto britannico (reso ancor più sibillino e paradossale dall’ambientazione anni ‘60!)…

A rendere questi personaggi ancora più irresistibili ci pensano due circostanze: in primo luogo la narratrice, la stessa June, non è inglese ma Neozelandese e non può che rimanere stranizzata (ed al contempo affascinata) da questi strani inglesi ai quali dedica un attento studio nonostante sia lei la rarità, l’animale allo zoo da mettere in mostra (il "quadrupede degli antipodi"); in secondo luogo l’ambiente in cui la maggior parte del romanzo si svolge è chiuso: stesse stanze, stessi personaggi, situazioni che si ripetono ma non sono mai simili.

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27 Ago 2007

1984

Posted by Emi. 20 Commenti

"Tu non hai voluto fare atto di sottomissione che è il prezzo della saggezza. Hai preferito essere un pazzo, essere la minoranza di uno… Tutte le confessioni che si fanno qui sono perfettamente sincere. Siamo noi stessi che le facciamo diventare sincere. E soprattutto non permettiamo ai morti di risollevarsi contro di noi… Che cosa si può contro un pazzo che è più intelligente di noi, che si degna di ascoltare i nostri argomenti e che quindi persiste nella sua pazzia?"

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23 Ago 2007

L’Ombra Del Vento

Posted by Emi. 10 Commenti

"Un giorno ho sentito dire da un cliente di mio padre che poche cose impressionano quanto il primo libro capace di toccargli davvero il cuore. L’eco di parole che crediamo dimenticate ci accompagna per tutta la vita ed erige nella nostra memoria un palazzo al quale- non importa quanti altri libri leggeremo, quanti mondi scopriremo, quante cose apprenderemo o dimenticheremo- prima o poi faremo ritorno"

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17 Ago 2007

L’Abito di Piume

Posted by Emi. 9 Commenti

"Persone o spiriti è la stessa cosa: se li ami troppo va sempre a finire male… A volte ho addirittura la certezza che non ci sia una grandissima differenza tra i processi vitali che avvengono sotto la mia pelle e tutto ciò che si estende all’infinito davanti ai miei occhi… E noi, trepidando, capiamo che al di là di quel mondo visibile, ne esiste un altro, molto, molto più grande… "

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9 Ago 2007

Non Lasciarmi

Posted by Emi. 5 Commenti

"La pazienza e l’energia non sono risorse illimitate. Così quando hai la possibilità di scegliere, naturalmente, scegli qualcuno simile a te. E´ ovvio"

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6 Ago 2007

ASIMOV VS DICK – (round II)

Posted by Emi. Nessun commento

Ed ecco la rivincita… 

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14 Lug 2007

Gli Sguardi della Luna

Posted by Emi. Nessun commento

Donne, innamoratevi di un uomo povero, brutto e di scarso fascino: solo in questo modo non vi sentirete trattare come ingrate cenerentole che non si rendono conto dell’immensa fortuna che hanno avuto nel trovare il principe azzurro! Edith Wharton è conosciuta dai più per essere allieva di Henry James; altri la conoscono per essere l’autrice del libro da cui è stato tratto il famoso film L’età dell’innocenza (per la cronaca: ha scritto anche La casa della gioia, L’usanza del paese, La pietra del paragone, Ethan Frome, La scogliera, Uno sguardo indietro).

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17 Giu 2007

Il Gioco Dell’ Impiccato

Posted by Emi. 2 Commenti

Sembra una menzogna il fatto che moriamo e che tutto finisce tranne che nella memoria, nel ricordo, una delle poche cose che, quando ci tradisce, può farci del bene

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17 Giu 2007

Mille Splendidi Soli

Posted by Emi. 3 Commenti

"Non si possono contare le lune che brillano sui suoi tetti, nè i mille splendidi soli che si nascondono dietro i suoi muri"

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3 Giu 2007

La Ragazza Col Turbante

Posted by Emi. 1 Commento

"Sonno e veglia si incontrano in una regione estranea alla mente, una regione dove pensiero e realtà si uniscono, dove il desiderio e la sua attuazione finalmente si fondono"

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29 Mag 2007

Lepidezze Postribolari ? Ovvero Populorum Progressio

Posted by Emi. 1 Commento

Giunto in meno di un mese alla terza edizione (non per motivi di vendita ma perché, come riportato alla sesta pagina, le due edizioni precedenti erano riuscite un po’ sfocate!) e tradotto già in tredici lingue (inclusa la scrittura sui vetri appannati, come possiamo leggere nella quarta dei copertina!), corredato dai profondi commenti di personaggi di spicco quale, ad esempio, Palmiro Togliatti e da una toccante introduzione di Galeazzo Ciano… il nuovo libro di Daniele Luttazzi è finalmente giunto fino a me!
Sono molto felice di ciò, essendo una fan di Luttazzi da sempre, ma ancor più felice sono stata del fatto che il mio appello di ricevere tanti libri per il mio compleanno sia stato accolto da quasi tutti i miei amici, parenti e conoscenti; questo è il primo che ho ricevuto (special thanks to mia sorella!) e l’ho trovato molto divertente. Nella prima parte del libro possiamo leggere la raccolta degli interventi che Luttazzi ha pubblicato sui suoi blog in due anni di attività a partire dall’aprile del 2005. Battute divertenti e irriverenti su quasi ogni argomento che la mente umana possa concepire di affrontare (economia, politica, chiesa, televisione, cinema e, ovviamente, sesso) ma anche ampie digressioni su argomenti di una certa importanza. Ricorrono, infatti, molto spesso approfondimenti e notizie sulla guerra in Iraq (mi ha fatto una strana impressione leggere come le motivazioni di quella guerra, che oggi conosciamo, nell’ottobre del 2005 fossero state ritoccate per fare sembrare la guerra accettabile: mi ero scordata che c’era stato qualcuno in grado di credere alla storia delle armi di distruzione di massa…) ma anche sulla censura, come l’ironico commento di una puntata di Matrix in cui era ospite Confalonieri (questa parte mi è particolarmente piaciuta perché mi ha ricordato il commento che l’autore, anni fa, ha scritto su una puntata del Costanzo Show in cui erano presenti alcuni esponenti del neo nazismo. Secondo me questo del puntuale commento dei talk show potrebbe diventare un vero e proprio genere: una specie di Blob con aggiunte vocali o una sorta di Gialappas su argomenti più scottanti… Io un programma simile lo vedrei in tv molto volentieri al posto di certe scemenze che mandano in onda!).
Ci sono, però, anche delle digressioni paradossali piene di invenzione, tipiche di Luttazzi, come le finte intercettazioni delle conversazioni telefoniche tra le mogli dei politici e gli imprenditori, i finti palinsesti per la nuova stagione televisiva con titoli di programmi allucinanti, una finta intervista di un giornale femminile a Bin Laden e un tentativo di analisi della Celentanologia (una nuova scienza umana!). Simpatica anche la Forse Non Tutti Sanno Che…, i segreti (elargiti da un giornalista televisivo) per essere perfetti corrotti e le inedite predizioni di Nostradamus.
     La seconda parte si intitola invece Sfanculare Il Minotauro ed è una simpatica ed interessante autointervista sulla satira in cui Luttazzi racconta dei problemi che ha vissuto quando lavorava in tv, analizza la possibilità di fare satira in Italia e, soprattutto, riflette su cosa sia la satira e quale il suo compito. Le parti più interessanti di questa sezione sono sicuramente i brani di un saggio sul grottesco di Sheinberg (?!) e la Dogmatica Sperimentale Del Comico, in cui l’autore riassume la sua concezione su umorismo e potenzialità della risata. Anche in questa sezione non mancano tuttavia battute al vetriolo sui fatti di attualità e critiche ad alcuni aspetti della nostra società.
L’ultima sezione è quella dei e consiste in alcune foto (non tutte di tipo comico) commentate da ironiche didascalie. Le mie preferite sono indubbiamente la foto scattata dall’universo parallelo e quella del matrimonio di Carlo e Camilla, rimandato causa morte papale, il cui commento spinge a chiedersi quale dei due eventi sia quello tragico. In questa sezione troviamo inoltre una visionaria digressione sulle confidenze di Hitler alla sua psicanalista e simpatici commenti sui politici di destra e sinistra.
      Infine, come sempre, voglio riportare le frasi che mi hanno colpito.
Visto il genere di libro e quel poco che ignoro dei diritti d’autore mi sono limitata a un paio perché se dovessi trascrivere tutte quelle che mi sono piaciute questo post diventerebbe un copiato e non so se poi Luttazzi ne sarebbe molto felice (dato che, come ho vagamente intuito nel corso della lettura, è un po’ suscettibile al riguardo!). La riflessione che ho trovato più bella in assoluto è sulla libertà e mi ha molto colpito perché, anche se è una constatazione banale, capita di dimenticarcene spesso visto l’anadazzo della società in cui passivamente bivacchiamo accettando con rassegnazione i rapporti gerarchici e di forza che in ogni luogo (lavoro, amici, famiglia, confessione religiosa, scuot ecc…) si creano. Luttazzi dice dunque:

"La libertà è qualcosa che io ho già, non sei tu a darmela. Al massimo puoi togliermela. Ma non sei tu a darmela, quindi non puoi vantartene"

Ed in effetti ogni qual volta sento vantarsi qualcuno di aver dato a qualcun altro questa o quella libertà sento rimescolarmi dentro… Ora so con quali parole esprimere quel rimescolamento… La seconda battuta si riferisce al comico Andy Kaufman (se non sbaglio dovrebbe essere The Man On The Moon di Jim Carrey):

"Aveva un suo mondo. Quando hai un tuo mondo non sei tu che devi andare dalla gente. E’ la gente che deve fare un piccolo sforzo per venire da te"

Il che è verissimo e non impossibile se sei un comico di fama ma se fai la velina bionda dell’avvocato diventa un po’ più difficile da spiegare a quelli che ti circondano… Tuttavia mi è piaciuta molto perché è un altro pensiero che ho sempre avuto e che ora posso tranquillamente esprimere citando il mio autore satirico preferito. (Ce ne sarebbe una terza, un aneddoto su Einaudi e Pavese ma poiché sta sul risvolto della quarta di copertina potete benissimo leggervelo gratis in libreria: è un po’ lungo da copiare!!!).
      Io incontro a Luttazzi ci vado senz’altro dato che compro o mi faccio regalare sempre i suoi libri (a proposito, altri titoli di suoi libri che ho apprezzato molto: Benvenuti in Italia, Adenoidi, Cosmico, Barracuda, Satirycon) e chiudo gli occhi (e lo stomaco!) su certe battute a mio parere non di ottimo gusto. Ma ormai si sa come la penso (l’ho detto a proposito di Bukowski mi pare!) e allora va bene qualche frase poco educata o dai contenuti blasfemi, sessisti e rivoltanti se in cambio posso avere momenti di lettura divertente, risate e riflessione (senza contare che, ad ogni modo, chiunque conserva sempre il suo diritto di esprimersi come meglio crede!).

19 Mag 2007

La Casa Del Sonno

Posted by Emi. 1 Commento

"Accettare un vuoto in se stessi è un fatto soprannaturale. Dove trovare l’energia per un atto privo di contropartita? L’energia deve venire da un altrove. E però occorre innanzitutto uno strappo, un qualcosa di disperato, occorre innanzitutto che il vuoto si crei" Simone Weil (L’Ombra e La Grazia)

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3 Mag 2007

Pulp – Una Storia Del XX Secolo

Posted by Emi. 3 Commenti

Potremmo sparire tra due giorni o durare altri mille anni. Non sappiamo quale delle due ipotesi si avvererà e quindi per la maggior parte della gente è difficile interessasi a qualcosa

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2 Mag 2007

I Creatori di Mostri

Posted by Emi. 1 Commento

La notizia che a soli 20 anni luce da noi, nella costellazione della Bilancia, esista un pianeta che potrebbe essere abitabile (e abitato?) mi ha spinto a parlare di un libro di fantascienza. Perché proprio questo, tra i tanti che ho letto? In primo luogo perché è scritto da una donna; in secondo luogo perché è uno dei primi romanzi di un?autrice che ha dato molto alla SF italiana: Roberta Rambelli, infatti, non è stata solo una scrittrice ma anche traduttrice, divulgatrice di Dick e Vonnegut (due autori che mi piacciono molto) nonché direttrice di Galassia. In terzo luogo perché mi piace il titolo: pur riferendosi ad altra gente (che poi sarebbe la specie misteriosa intorno alla quale ruota l?indagine del libro e che dunque non svelerò), ho sempre pensato che questa qualifica sia molto adatta a descrivere la specie umana o almeno una grande parte di essa. In quarto luogo perché è stato pubblicato nel 1959, una data importante per la fantascienza ma anche per me (no: non è il mio anno di nascita!!!). Infine perché è un romanzo carino e, cosa che raramente avviene nei romanzi di fantascienza, è basato molto sui principi della sociologia, la psicologia dei personaggi è molto approfondita ed i protagonisti sono caratterizzati bene quanto le situazioni.

Il protagonista di questo libro è Krishna Singh, psicologo al quale viene affidato un compito molto delicato: raggiungere l?astronave sulla quale viaggiano militari e studiosi impegnati nella Kappa, una spedizione esplorativa finalizzata a trovare forme di vita nelle galassie circostanti. Dopo aver esplorato, senza problemi ma senza particolari risultati, la Prima Galassia, la Kappa si è addentrata ora nella Seconda Galassia e da lì sono iniziati tutti i problemi: Diego Do Almeiro Santos, psicologo ufficiale della spedizione che Krishna è chiamato a sostituire, è la ventesima vittima di un?allucinazione collettiva quanto pericolosa, che spinge le vittime a sentirsi aggredite ed impossessate da draghi purpurei ed a tentare di uccidere altri e se stessi sotto gli effetti di questo choc. La presenza di Krishna a bordo della nave spaziale non ha solo lo scopo di sostituire lo sfortunato psicologo ma anche quella di intercettare la fuga di Erik l?Alfiere di Vega, ventiduenne ed impavido sovrano che, in barba all?etichetta di corte ed all?importanza politica della sua presenza sul pianeta madre, ha segretamente progettato di partire per unirsi alla Kappa con il triplice fine di stare vicino ai suoi uomini, provare il suo indiscusso coraggio e dissetare la sua insaziabile sete di conoscenza scientifica.
La possibilità che l?Alfiere corra dei rischi è ciò che convince Krishna a partire: lo psicologo, infatti, ha avuto occasione di conoscere e stimare il giovane Erik durante una precedente missione sul pianeta Nesos, ove millenni prima erano stati scaraventati degli umani che, persa la memoria delle loro origini terrestri, erano regrediti in un barbaro e violento medioevo.
Dopo aver preso questa decisione Krishna non può certo immaginare che, una volta a bordo, lo attende qualcosa di ancor più difficile: l?equipaggio della nave è diviso in due fazioni, militari e scienziati, che fanno di tutto tranne che collaborare tra loro, litigando e sparlandosi come dei bambini nel cortile dell?asilo. L?unico punto di accordo tra i due gruppi consiste nel contrastare, contestare e sfottere il capitano della spedizione: presuntuoso, pomposo, pignolo, pavido e permaloso, il comandante Alfréd è un francofono molto? sofisticato (si evince dalla sala di comando, <arredata con gusto molto barocco, sovraccarico ma squisito>,) uomo che <appartiene alla categoria di quei militari che passano la vita a rimpiangere di non essere nati novemila anni fa, a sognare disciplina ferrea, corti marziali e plotoni di esecuzione per chiunque non sia pronto a scattare ai loro ordini>. Questa perla di comandante non è, però, solo un mitomane esaltato ma arricchisce la sua variegata personalità con altri due piccoli difettucci: è un grande contaballe dato che non fa mistero di essere il diretto discendente di Napoleone e dei Borboni millantando anche un?amicizia di vecchia data con il sovrano Erik e, quando si tratta di passare all?azione, blocca ogni cosa rompendo le uova nel paniere con le norme delle convenzioni e della Carta dei Diritti OSU (versione spaziale dell?ONU) e le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza.
(Piccolo Messaggio privato=> Compagna, se sei all?ascolto: chi ti ricorda questo personaggio?!? =>Fine del messaggio privato!!!!!)
Da valente psicologo quale è, Krishna ha molte teorie su cosa possano essere i mostri purpurei che infestano la seconda Galassia e ne dibatte con il capitano, con il responsabile scientifico della spedizione dottor Carver e con i due suoi amici dell?equipaggio: il maligno e satirico Mihail ed il vicecomandante Réza Kovacs, unico in grado di mettere pace tra militari e scienziati e mancato capitano della spedizione. La più soft di queste teorie prevede che l?allucinazione collettiva sia un segnale della senescenza della razza umana che, allo stesso modo dei dinosauri millenni prima, è ormai prossima all?estinzione; la teoria più deprimente è invece quella che prevede la presenza di esseri spietati che regnano sovrani nella galassia e ricorrono a quest?arma micidiale per difendere la loro zona di influenza, i creatori di mostri del titolo, appunto.
Piccoli problemi da risolvere nel corso della spedizione: che tipo di razza può essere così crudele da condannare senza motivo degli esseri viventi al peggiore dei mali, la pazzia? Sono umani o una razza sconosciuta e diversa? Come fanno a trovarsi ad una distanza tale da non venire registrati dai macchinari della nave ed allo stesso tempo a combinare tanti casini inviando un segnale così debole (non conoscono neanche le subcomunicazioni!)? A complicare la situazione, già densa di interrogativi, è il ritrovamento di un?astronave, forgiata in puro oro, in cattivo stato e abbandonata: ogni cosa, al suo interno, sembra suggerire che questa galassia sia stata esplorata e che forse è anche abitata?
Poiché, megalomania e fissazione per la disciplina a parte, il comandante è il miglior pilota in circolazione ed è in grado di calcolare massa e distanza di ogni pianeta, la Kappa rintraccerà senza troppa difficoltà ben tre civiltà nella seconda galassia: la prima è composta da protoscimmie, uccelli e felini che vivono in perfetta simbiosi sullo sfondo di un autentico paradiso terrestre; la seconda, composta da cavernicoli che non sembrano aver raggiunto il livello di homo sapiens, è costretta a vivere in un ambiente roccioso ed ostile, in compagnia di dinosauri. Il terzo pianeta è invece stato abbandonato da tempo, cosa che rende difficile l?identificazione degli abitanti: l?unica cosa che si può capire di loro è che erano un popolo inquietante e malvagio dedito a strani riti e diffidente. Oltre a questi tre popoli e quello che ha costruito la nave d?oro, una quinta specie sembra vivere in questa già affollata galassia: tutti sono concordi nel chiamarli i Nemici e nel descriverli come un popolo bellicoso, avanzatissimo e terribile.
Il che pone altri interrogativi: sono stati i Creatori dei mostri o i Nemici a costruire la nave d?oro? I temibili Nemici sono anche i Creatori dei mostri purpurei? Sfortunatamente, almeno in apparenza, nessuna di queste cinque popolazioni sembra essere in grado di costruire una simile astronave e men che meno di sguinzagliare mostri psicologici per l?universo?
Ciò che più mi è piaciuto di questo libro, oltre che agli aspetti psicologici di cui ho detto, è stata la descrizione dei vari pianeti, specialmente di quello delle protoscimmie.

24 Apr 2007

La Dodicesima Notte

Posted by Emi. 7 Commenti

Oggi, 23 Aprile, è l’anniversario della nascita del Bardo, ragion per cui ho pensato fosse giusto parlare di una sua opera. Come sia possibile che qualcuno sia riuscito a stabilire la data esatta del compleanno di un personaggio vissuto mezzo millennio fa, un personaggio di cui nessuno sa nulla (e di cui qualcuno mette addirittura in dubbio la stessa esistenza) è un’altra storia (e si chiama "questione shakespeariana"!!!). In ogni caso: Auguri, Willie e grazie per essere nato!

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17 Apr 2007

Il Ponte Di San Luis Rey

Posted by Emi. 2 Commenti

Si fa quel che si può. Tiriamo avanti meglio che possiamo. Non dura molto, lo sai. Il tempo seguita a passare. Rimarrai sorpreso un giorno nel vedere come il tempo passa…

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13 Apr 2007

Il giro di vite

Posted by Emi. Nessun commento

Atomosfera, fascino, tensione e tanta curiosità di sapere come va a finire… tanta al punto che (come mi accade sempre con i libri di H.James) l’ho divorato in poche ore nell’attesa che le 2 metro e l’autobus mi portassero a casa (ebbene si: abitavo in un posto un pò isolato dagli umani mondi conosciuti!) in tempo per vedere la prima partita giocata dall’Italia ai mondiali dello scorso anno. (In quell’occasione ho conosciuto anche qualche futuro collega di lavoro ma questa è la parte della storia che vorrei dimenticare…)

Le storie di fantasmi danno sempre un brivido ma se il protagonista di una vicenda spiritica è un bambino la storia ha di certo ; di questo tenore sono le conversazioni che, in una fredda vigilia di Natale sul finire del 1800, alcuni distinti gentiluomini inglesi mettono in piedi nella hall di un hotel per passare la serata davanti al caminetto e al brandy.
-Se il fatto che ci sia un bambino dà un giro di vite di più all?effetto, che ne direste, allora, di due bambini?- Chiede, con l?aria di chi non vede l?ora di raccontare, Mr. Douglas.
-Diremmo, naturalmente, che darebbero due giri di vite!- E´ la logica risposta di uno dei convenuti, curioso di sentire la storia.
In questo modo si giustifica il titolo del libro di Henry James, The turn of the screw che, tradotto in italiano, assume un significato particolarmente affascinante, evocando esistenze irrequiete, presenze che aleggiano in un luogo non meglio definito, vite che- appunto- girano ancora sulla terra.

A dare quel giro di vite in più alla storia sono Flora e Miles, due orfanelli che vivono in una tenuta di campagna con un?ingenua Governante e qualche domestico. Con i suoi boccoli biondi, il suo discreto silenzio e la sua aria sognante, Flora è una bambina angelica; Miles un cherubino sorridente e furbetto che non ha mai dato, agli adulti che lo circondano, motivo di rimproverarlo.
Questo il sereno quadretto familiare che, sullo sfondo di una bellissima ed isolata campagna, si prospetta alla protagonista del romanzo: una giovane istitutrice senza nome (è sempre e solo La Signorina) al suo primo incarico importante, che ha accettato il lavoro con una certa difficoltà a causa della stravagante condizione posta dal padrone. Costui, il Signore di Harley Street, è zio ed tutore dei bambini e la condizione che pone, e che scoraggia la protagonista dall?accettare immediatamente l?incarico, è quella di non essere mai disturbato, consultato e seccato da tutto ciò che ha a che fare con la gestione della tenuta e la vita dei suoi nipotini: l?istitutrice dovrà gestire tutto da sola, senza mai rivolgersi a lui per consigli o lamentele. Per rendere il compito ancor meno allettante, qualora ce ne fosse bisogno, il padrone sottolinea con vigore il fatto che nessuna candidata ha accettato questo incarico e non solo per le difficoltà del lavoro: l?istitutrice precedente, infatti, è morta in circostanze misteriose poco dopo aver lasciato la tenuta per una breve vacanza di natale.
Nonostante i tanti dubbi la ragazza finisce con l?accettare (il fatto che il Signore di Harley Street sia uno scapolo molto affascinante ha una certa importanza in questa scelta) e, vista la bellezza del posto e la dolcezza dei suoi nuovi allievi, non ha motivo di pentirsi fino alla sera in cui scopre che nella tenuta si aggira un uomo dall?aspetto repellente. Rosso di capelli ed affascinante nella sua sfacciataggine, è certamente un individuo spregevole e di ceto inferiore: vestito elegantemente ma di abiti che non gli appartengono, con le basette poco curate e l?aria da pervertito, l?uomo si limita solo ad osservare la ragazza con aria di sfida, prima dalla rupe più alta delle colline, poi da dietro una finestra. Questa presenza estranea (non è uno dei servi né un abitante del villaggio), già di per sé inquietante, si vela di un ulteriore alone di mistero quando l?ingenua Governante, udita la descrizione che l?istitutrice si decide a fornirle, riconosce nell?uomo un ex servitore del padrone, un certo Mr.Quint che, ai tempi in cui lavorava alla tenuta, spadroneggiava impicciandosi degli affari della casa, portava fuori il piccolo Miles senza permesso come se fosse il suo precettore e si prendeva eccessive libertà con tutti. Alla lunga lista dei difetti del servitore, come se non bastasse, se ne aggiunge un altro non di poco conto: Quint è morto da tempo.
Non è lui, tuttavia, il solo fantasma della storia: in breve tempo assistiamo ad una seconda apparizione. Stavolta è una signora che, sulle rive del lago, compare guardando in maniera indecifrabile l?istitutrice e la piccola Flora: una donna dai lunghi capelli neri, vestita a lutto e bella: <Molto bella ma infame>. Non serve molto per capire che la donna è la vecchia istitutrice e che i due sono stati legati, in vita, da una torbida relazione, ancor più torbida se si tiene conto delle differenze di rango tra il e la signora.
Per quale motivo, si chiede la giovane istitutrice, i due sono tornati dall?oltretomba a funestare la pace di quella casa e l?ingenuità dei piccoli signorini che la abitano?
Ma Flora e Miles tanto ingenui non sono: la bambina scompare in brevi passeggiate notturne, sa più di quel che dice e copre, in ogni sua bravata, il fratello che, per motivi non molto chiari, è stato espulso dal collegio e ora ha preso l?abitudine di combinare monellerie al puro scopo di mostrare alla maestra che anche lui sa essere cattivo. Che questi bambini siano già stati contaminati, in passato, dalla malvagità del servo e della vecchia istitutrice? Possibile che i due spiriti siano tornati sulla terra al solo scopo di completare la loro opera di indottrinamento al male e portare i ragazzini dalla loro parte?

Questi gli interrogativi che l?istitutrice si pone e che comunica alla Governante, ormai sua unica alleata nella crociata spiritica; interrogativi fomentati anche dal fatto che, pur non parlandone, i bambini sembrano essersi accorti di queste presenze ultraterrene:
-Essi possono fingere con noi a volontà; ma nel momento stesso in cui pretendono di essere assorti nelle loro fiabe, sono sprofondati nella visione di quei morti che ritornano-.
Ha così inizio un turbine di sospetti, intrighi, conciliaboli e strategie degne di una vera e propria guerra che, nel suo procedere serrato, non fa dimenticare al lettore il fatto che, nonostante la presenza di questi fantasmi sia una circostanza assodata e mai messa in dubbio, una sola persona li vede (o dice di vederli); la stessa persona che, secondo la Governante, è l?unica in grado di convincere lo zio a portarli via con sé, nella sua casa di città, spingendo il Signore di Harley Street ad uscire dal suo indolente isolamento.
Ma la ragazza rifiuta di chiamare il padrone asserendo che, di tutto ciò che accade nella tenuta, egli non dovrà mai venire a sapere nulla: quando ha accettato l?incarico ha dato la sua parola di rispettare le condizioni e lei ci tiene a dimostrare di essere fedele ai patti. Senza contare, poi, il fatto che l?affascinante signore potrebbe credere che tutte queste apparizioni di fantasmi siano solamente, come la stessa istitutrice ammette, un <bel macchinario messo in moto alfine di richiamare la sua attenzione sui miei fascini negletti>?

?Dubbio che, ad un certo punto, inizia a sfiorare anche il lettore!

11 Apr 2007

Musica

Posted by Emi. 2 Commenti

Ho scoperto un nuovo autore e, data l’impressione che questo suo primo libro ha prodotto in me, so già che farò collezione dei suoi scritti… Quel pomeriggio in cui ho accompagnato la mia ex coinquilina sulla Tuscolana a fare shopping di libri ho faticato un pò a sceglierne uno per me ma alla fine le tre ore di meditazione e ponderazione imbambolata come una statua di sale davanti agli scaffali hanno dato un ottimo risultato… Non posso che consigliarlo a tutti con la massima convinzione!!!

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11 Apr 2007

La Passione Di Artemisia

Posted by Emi. Nessun commento

"Arte e scienza si toccano nel regno dell’immaginazione, nel luogo in cui nascono le idee originali, nel luogo in cui noi due più siamo vivi" A pronunciare queste parole è Artemisia, la protagonista del libro di Susan Vreeland ed il suo interlocutore è niente meno che Galileo Galilei, in procinto di partire per Roma nel tentativo di convincere il Papa che le sue scoperte scientifiche non sono eresie.

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11 Apr 2007

ASIMOV vs DICK – (1° round)

Posted by Emi. 1 Commento

Il miglior scrittore di fantascienza di tutti i tempi è P. K. Dick o I. Asimov? Una disputa apparentemente leggera e disimpegnata si è presto trasformata in un gioco al massacro: robot o simulacri? Mondi lontani o paralleli? Spazio o tempo? Personalmente non sono un’amante della fantascienza (mi piace Dick ma per il resto le mie conoscenze non si spingono oltre le lontane rimembranze del Galaxy Express 999!) eppure credo che non servano colonie su Marte o astronavi per immaginare altri mondi e viaggiare nell’universo: per me un’impercettibile variazione di colore nella crepa del muro può essere una prova più tangibile dell’esistenza di realtà parallele più di mille avvistamenti di UFO nel cielo (d’altronde un de j’ai vu è quando cambiano i dati nel programma informatico che noi tutti viviamo, veniva spiegato anni or sono- o a venire- ad un ancora esterrefatto e candido Neo in “Matrix”). Ci sono solo due modi per capire quale, tra due autori, abbia scritto i libri migliori: il primo è essere esperti di letteratura e capirne qualcosa, il secondo è leggere i libri scritti dagli autori in questione e poi decidere di istinto. Per motivi che tra poco saranno chiari a tutti ho scelto di seguire il metodo B (ragion per cui deciderò solo tra miliardi di anni dato che entrambi gli scrittori sono molto prolifici ed io non ho letto che una minima parte della loro produzione).

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